1 – L’Europa
può far notare a Israele come la punizione dei civili si ritorca
contro.
(Europe can tell Israel how Punishing civilians backfires)
di Mark
Mazower dalla Columbia
University
Nel 1949 gli europei promossero un movimento
internazionale per mettere fuori legge le ritorsioni sulle popolazioni in tempo
di guerra. Questa proibizione
rifletteva contemporaneamente un
senso di disgusto morale e di
inefficacia militare.
Tutto
ciò avvenne dopo due guerre mondiali che videro intere città e villaggi rasi al
suolo e civili eliminati, costretti al lavoro come schiavi, cacciati dalle
proprie case.
Per
rompere con questo passato la quarta
Conferenza di Ginevra dichiarò illegali le punizioni collettive e le
rappresaglie contro i non combattenti.
Come tutto questo sembra lontano oggi! Prima a Gaza e ora in Libano, l’esercito
israeliano ha abbandonato le regole di Ginevra, sostenendo di reagire al
rapimento dei suoi sodati ma distruggendo centrali elettriche, raffinerie, aeroporti e strade. E quando manca l’acqua e l’elettricità il
disastro umanitario è già evocato.
Sappiamo che le risoluzioni di Ginevra purtroppo non
fecero scomparire le ritorsioni contro le popolazioni civili. Al tempo di Stalin interi gruppi etnici
furono deportati nelle regioni orientali e, dalla Malesia al Kenia,
gli europei nelle loro colonie applicarono sanguinose ritorsioni sulle
popolazioni per eliminare i gruppi di resistenza armati, come già accadeva dal
secolo diciannovesimo. Le
decisioni militari, anche quando
prevedono per legge limiti di azione,
si regolano sul terreno della proporzionalità della rappresaglia. Applicato questo concetto a piccole
guerre contro razze “inferiori” in Asia
e in Africa, i militari erano
animati dalla necessità di creare un
“duro ed esemplare deterrente fra i selvaggi”. Il significato dell’idea di
proporzionalità, nel quale sono
costrette le leggi di guerra, è
strettamente collegato alla nascita stessa del moderno assetto del Medio Oriente.
Nel 1920 Damasco fu bombardata dalla Francia e gli Inglesi distrussero interi villaggi in Irak e in
Afghanistan. Allo stesso tempo la Gran Bretagna attuò l’Ordinanza di Punizione Collettiva contro la popolazione
palestinese.
E dopo la loro partenza Israele, così come ogni altro
stato post coloniale, ha perpetuato le
regole britanniche di ordine pubblico. Per anni le forze armate hanno attuato ritorsioni contro i civili per reprimere i combattenti, le bombe umane e il lancio di missili. Le deportazioni, le incarcerazioni, i coprifuoco, le demolizioni di abitazioni e
la distruzione di oliveti e frutteti sono divenuti cronaca quotidiana, ammende
collettive risolte con carri armati e bombardamenti aerei. I generali
israeliani, probabilmente meno ansiosi del loro ministro degli esteri per le
reazioni internazionali, hanno punito il Libano demolendo le infrastrutture
civili che erano state ricostruite negli ultimi venti anni, estendendo il
principio di punizione collettiva ad un intero paese e con la minaccia di una
nuova guerra nella regione.
La ragione principale dell’unanimità nell’approvazione delle deliberazioni di Ginevra del ’49 si fondarono essenzialmente su due considerazioni: il disgusto morale e l’inefficacia militare. Peraltro la storia recente ci insegna che le ritorsioni sulla popolazione può talvolta essere il motore per una migliore organizzazione degli insorti che non sempre porta a forme di governo ideali, come ad esempio nella Yugoslavia di Tito dove i partigiani si organizzarono dopo le stragi fasciste durante la guerra.
Molti civili a Gaza e in Libano possono anche criticare
Hamas e Hezbollah per aver provocato Israele ma sono ancora più ostili a
Israele che, inoltre, deve intensificare la diplomazia per affrontare le critiche internazionali. Tutta
questa mostra di muscoli sta divenendo un prezzo troppo alto da pagare. Chi
salverà i civili da tanta sofferenza e chi salverà Israele da se stesso? Non gli USA, che stanno pagando il prezzo
di un disimpegno progressivo degli alleati, non l’ONU sempre minacciato dal veto
degli Stati Uniti, non la Cina alle prese con il nord Corea o la Russia
incerta.
Rimangono gli europei.
L’Unione Europea è di fatto il patner numero uno di Israele e ancora non
ha fatto sentire la sua voce. I danni di una escalation della guerra nella regione sarebbero incalcolabili per l’Europa che
dovrebbe dotarsi di un dispositivo di controllo costruito principalmente sulla
propria memoria.
La dolorosa lezione che li ha portati nel ’49 a Ginevra
non è meno valida oggi rispetto a ieri.
Financial Times, 17.07.2006, pag 13
2 - Putin afferma di non sapere perché un grande investitore è
bloccato
(Putin denies knowing why top investor is barred)
da Economy & Politics
Putin approfitta del G8 per continuare a rimarcare la sua
politica con tendenze protezionistiche
a livello economico-finanziario.
Il presidente della Russia Vladimir Putin dice di non
conoscere la ragione per cui al più
grande investitore straniero del mercato finanziario russo non sia stato
permesso di entrare nel paese.
William Browder, un cittadino britannico capo esecutivo
dell’istituto finanziario ”Hermitage Capital Management fund”, ha cercato di
rinnovare il suo visto che già gli era
stato negato a novembre dai servizi preposti alla sicurezza nazionale.
Durante il summit dei grandi a S. Pietroburgo, il presidente russo afferma, in tutta onestà, di non conoscere
personalmente le persone a cui non è permesso di entrare nella federazione
russa. In ogni caso è sicuro che abbia violato le leggi del suo paese e, se altri
dovessero farlo, non potrebbero ottenere il visto d’ingresso.
The Wall Street Journal, 18.07.2006, pag 8