(Iran’s Economic Suicide)
Le scelte del regime iraniano stanno debilitando
l’economia del paese, portandolo verso l’isolamento. Il Consiglio di Sicurezza
delle NU ha approvato sanzioni che impongono misure finanziarie mirate ai
programmi nucleari. La pressione internazionale sta avendo un impatto sul
paese. Le azioni volontarie del settore privato rafforzano le azioni della
comunità internazionale. Il regime troverà sempre più difficile trovare partner
fra le banche mondiali che godono di una certa reputazione.
L’Iran usa le sue banche di stato per finanziare il
terrorismo e la proliferazione. Alcune delle sue banche sono finite sulla lista
nera delle NU: la Banca Sepah, la Banca Saderat che è stata espulsa dal sistema
finanziario americano, e anche la banca centrale iraniana.
C’è stata inoltre una drastica riduzione degli
investimenti stranieri in Iran, necessari allo sviluppo delle sue vaste riserve
di petrolio. La Francia ha recentemente chiesto alle sue imprese di non
partecipare a gare per progetti in Iran.
La pressione finanziaria è amplificata dalla cattiva
gestione dell’economia del regime. Nonostante l’incremento delle entrate
derivate dal petrolio, il Presidente Ahmadinejad non è riuscito a migliorare la
vita della media degli iraniani. Il tasso di disoccupazione è stimato essere il
doppio di quanto il regime dichiara: 11%. L’Iran ammette che l’inflazione sia
al 17% ma gli esperti ritengono che sia più alto. Invece di ridurre
l’inflazione, il Presidente Ahmadinejad ha aggiunto benzina al fuoco ordinando
alla banca centrale di tagliere i tassi di interesse al di sotto del tasso di
inflazione nonostante le obiezioni del precedente governatore.
La corruzione è dilagante, privando gli iraniani medi di
opportunità economiche. Il regime premia con contratti lucrativi le Guardie
della Rivoluzione la cui leadership è stata sanzionata dalle risoluzioni delle
NU.
Ignorando la popolazione, il regime invia all’estero
milioni di dollari ogni anno per sostenere i gruppi terroristi all’estero. Chi
si oppone a questa politica economica viene defenestrato, come il precedente
governatore della banca centrale, il ministro del petrolio, che aveva ammesso
che l’Iran aveva problemi a trovare finanziamenti per i progetti sul petrolio
visto il calo degli investimenti dall’estero e ha parlato dei problemi
energetici come di una prossima “catastrofe”.
(Wall Street Journal 2 ottobre 2007, pag. 15)
(Strong silence from US on dollar’s weakness)
Il crollo del dollaro nei confronti dell’euro e il suo
indebolimento verso alter monete è ormai una costante, ma le autorità americane
rispondono con il silenzio.
Gli europei si lamentano perché un dollaro debole rende
più a buon mercato l’esportazione dei beni americani.
Il mantra ufficiale dell’amministrazione Bush resta
“l’interesse della nostra nazione è avere un dollaro forte”, formula che non è
mai cambiata negli ultimi cinque anni che hanno visto declinare costantemente
il valore del dollaro.
In effetti, nonostante le dichiarazioni di principio,
l’amministrazione è ben consapevole che un dollaro debole offre più benefici di
uno forte. Ne è un esempio il fatto che le esportazioni sono salite del 15% nel
corso dell’ultimo anno. Un dollaro più economico aiuta gli esportatori
americani rendendo più competitivi i loro prodotti in molte parti del mondo. E
se le importazioni, al contrario, dovrebbero farsi più care, i prezzi
all’importazione sono in realtà saliti meno delle altre monete, perché i
produttori esteri hanno tenuto i prezzi bassi per conservare la loro fetta di
mercato negli USA.
Paulson e la Federal Reserve non potranno mai dire che
sono favorevoli a un dollaro debole, ma in effetti esso porta molti benefici
all’America in termini di competitività.
(International Herald Tribune 10 ottobre 2007)