1 - Arrivederci, Italia!*
di
Tobias Piller e Winand von Petersdorff
Non contenti di aver perso, a favore di altre mete
estere, i turisti tedeschi per tre anni
di seguito – come asserisce l’agenzia turistica Thomas Cook – gli albergatori
italiani cercano di alzare i prezzi per il 2007. Secondo gli autori
dell’analisi del supplemento domenicale della Frankfurter Allgemeine Zeitung,
questo corso è però rischioso, dato che anche in vacanza, come si esprime il
direttore della Deutschen Reiseverbandes (DRV – associazione delle imprese del
turismo), i tedeschi cominciano a diventare spilorci e il rapporto
prezzo-prestazioni deve migliorare. Ci sono diverse tipologie di turisti che
rinunciano all’Italia: il primo gruppo è quello delle famiglie, la cui
quota secondo la TUI è diminuita dal
25% al 15%.
Soprattutto mancano, secondo l’articolo, i bagnanti sulle
spiagge, in alcune località si ammucchiano sdraio vuote: un fenomeno che gli
italiani attribuirebbero genericamente ai tempi difficili, alla crisi che
colpisce anche la Germania, e che si attenuerà con la ripresa economica. Non
verrebbe invece presa in considerazione l’eventualità che i tedeschi
preferiscano altre mete turistiche. Questa sottovalutazione del problema sarebbe anche dovuta al successo di
Roma che, presa d’assalto dai visitatori grazie ai voli a basso costo, ha visto
polverizzarsi nel 2005 i record dell’anno santo, e che prevede una crescita del
10% nel 2006. I dati ufficiali, che si fermano al 2004, danno 7,6 milioni di
ospiti e 19,8 Milioni di pernottamenti a Roma. Il ministro Rutelli raccomanda
pertanto di visitare luoghi di interesse storico-artistico meno conosciuti.
Che il 2006 sia un anno decisivo per il turismo italiano
sarebbe dovuto a condizioni indipendenti dall’Italia stessa: disastri, guerre e
malattie consiglierebbero infatti, così si spera, mete più tranquille in Europa.
I fattori sui quali l’Italia può influire sarebbero invece
degni di sostanziali miglioramenti: vengono citate le infrastrutture – il
tratto ferroviario del Brennero ad esempio, non competitivo, che richiede venti
minuti di attesa per il cambio delle locomotive, come cento anni fa. Si
affronta poi il tema degli alberghi, non all’altezza delle aspettative.
Alessandro Lepri, di Trademark Italia, afferma che solo dopo il 2001 sarebbe
sorta una dura concorrenza tra gli alberghi. In mancanza del turismo americano
e giapponese, in bassa stagione le camere d’albergo erano svendute, anche fino
a cinquanta euro negli alberghi romani a quattro stelle.
Il numero dei pernottamenti è poi salito e nel 2005 ha
raggiunto i valori del 2001. Tuttavia gli albergatori rimpiangono sempre gli
incassi raggiunti con le loro camere nel 2001, e cercherebbero di conseguenza
di imporre prezzi più alti.
E’ ancora dibattuto l’effetto del campionato mondiale di
football. Molti in Italia sarebbero convinti che il titolo di campioni abbia un
effetto pubblicitario per il Paese. Un famoso economista ha invece suggerito
che l’Italia si sia giocato qualcosa: la squadra italiana ha battuto Germania e
Francia. Se i tifosi di queste squadre dovessero essere coerenti, ci potrebbero
essere conseguenze spiacevoli. In Internet circola una carta d’Europa senza
l’Italia. I gestori pongono la domanda: e tu quest’anno dove vai in vacanza?
* in italiano nel testo
Articoli analoghi sono apparsi sul sito di Der Spiegel
e di Süddeutsche Zeitung, in occasione dell’incontro del Ministro
Rutelli con gli esponenti dell’industria turistica tedesca a Berlino.
In essi si lamenta inoltre la bassa percentuale di
alberghi a quattro-cinque stelle in Italia – il 23% del totale rispetto a un
44% in Turchia – anche per questo motivo la TUI ha annunciato la costruzione di
propri alberghi con partner italiani nel nostro paese - , e si accenna al
problema dei tour operator che offrono viaggi in pullman e in treno, penalizzati
da qualche anno dai voli a basso costo, che richiedono miglioramenti della
qualità delle infrastrutture.
Frankfurter Allgemeine
Sonntagszeitung, 23.07.06, Nr.29, pag. 35
(End the lie, rejoice in cheap imports)
L’incontro del Doha Round del 1° luglio nell’ambito del
WTO si è concluso in modo fallimentare. Ci si chiede perché l’opinione pubblica
mondiale sia tanto indifferente alle trattative del WTO, la spiegazione
potrebbe essere che si è a un punto in cui il processo negoziale è ormai
obsoleto. Esso infatti ha comportato dire al pubblico una colossale bugia e
cioè che i benefici di un commercio più diffuso consistano, per ogni nazione,
in maggiori esportazioni, e che queste avvengono a un costo, e cioè maggiori
importazioni. Questa è stata un’utile bugia che ha consentito ai negoziatori di
ottenere il sostegno degli elettori che beneficiano da maggiori esportazioni e
costituiscono il contrappeso sul piano politico dei settori importatori.
Il fatto che i benefici di un commercio più libero vengano
principalmente da un aumento delle esportazioni, mentre un aumento delle
importazioni sarebbe un “costo” che i negoziatori devono cercare di minimizzare
è una bugia. Al contrario è proprio in un aumento delle importazioni ha portare
un immediato beneficio al pubblico e andrebbe trattato come tale e non come un
costo. I consumatori beneficiano da un più libero commercio attraverso i prezzi
più bassi dei prodotti importati e la maggiore varietà di questi prodotti. Il
risparmio è stato calcolato pari a 287miliardi di dollari, due terzi di questa
cifra risulterebbero dai prezzi più bassi dei prodotti agricoli e
dall’eliminazione dei sussidi ai contadini che distorcono l’efficienza. Il resto
dai prezzi più bassi nell’abbigliamento. Ma per ottenere questo risultato i
negoziatori, e i politici che stanno dietro di loro, dovrebbero scontrarsi con
gli interessi dei coltivatori e del tessile. Ma il motivo principale per cui il
negoziato è fallito è che i principali attori, UE, USA, Giappone, Corea e
altri, mettono gli interessi dei coltivatori e del tessile sopra quelli del
vasto pubblico. Mentre i coltivatori minacciano scioperi e manifestazioni in
tutto il mondo, i consumatori si mostrano indifferenti a che un negoziato di
successo possa ridurre il prezzo che pagano all’alimentari.
In questo negoziato non c’è stato nessun rappresentante
del commercio estero, o almeno non fra i grandi attori, che potesse fare da
contrappeso ai coltivatori e al settore tessile.
Che si può fare a questo punto? Dire alle gente che ci
rimetterà perché non vedrà i bassi prezzi dei prodotti importati che avrebbero
potuto ottenere.
Financial Times 21.7.06,
pag. 11