L’Unione Europea e la Cina hanno iniziato a discutere i
termini per ampliare la loro cooperazione, iniziando un processo che dovrebbe
durare almeno un anno. Il Commissario UE per le Relazioni Esterne, Benita
Ferrero Waldner e il Ministro degli Affari Esteri cinese, Li Zhaoxing, hanno
avviato a Pechino il primo giro negoziale per aggiornare il trattato del 1985.
Il nuovo accordo dovrebbe ampliare la collaborazione su commercio, cambiamenti
ambientali, protezione ambientale, energia e altro. La UE è impegnata a
persuadere la Cina a unirsi alla sua iniziativa per migliorare l’efficienza
energetica, ridurre l’uso di petrolio e di gas e tagliare le emissioni di gas
serra.
La Cina da parte sua chiede l’eliminazione dell’embargo UE
sulla vendita di armi decisa dopo la repressione del movimento di Tiananmen nel
1989 e si aspetta di ricevere dalla UE lo status di economia di mercato che
offrirebbe al paese maggiore protezione contro le ritorsioni commerciali tipo i
dazi anti-dumping imposti sulle scarpe cinesi. La UE sostiene che prima la Cina
deve aprire i suoi mercati alla concorrenza straniera.
Wall Street Journal,
18.01.07, pag.28
Gli americani spendono sempre di più negli acquisti via
Internet. Nel 2006 è stata raggiunta la barriera dei 100 milioni di dollari (77
miliardi di euro) che rappresenta una crescita del 25% rispetto al 2005. Certo
queste non rappresentano che il 2,7% del commercio totale ma la tendenza alla
crescita non dovrebbe rallentare, tanto che si prevede per il 2011 un raddoppio
che dovrebbe arrivare a toccare il 4,7% del totale. La crescita sarebbe dovuta
alla diffusione delle connessioni, alla riduzione dei prezzi e al fatto che gli
acquisti diventano sempre più facili. In scala minore, gli acquisti on line in
Francia mostrano la stessa tendenza, dove raggiungono 12 miliardi di euro, il
40% in più rispetto al 2005. Per il 2008 si prevede che supereranno i 20
miliardi di euro. Sempre in Francia il numero dei siti è aumentato del 44%,
soprattutto nei settori moda, bellezza e vita pratica. Il 43% dei siti
esportano il loro prodotti, il 6% delle vendite si fa all’estero. Nonostante il
suo dinamismo la Francia è indietro rispetto a Inghilterra e Germania (che
realizzano rispettivamente oltre 75 miliardi di euro e oltre 60 miliardi di
euro).
Il turismo on line è il settore che conferma la sua
posizione dominante. Negli Stati Uniti rappresenta il 35% degli acquisti. Il
successo si spiega con l’aumentare della sicurezza al momento dell’acquisto.
Le Monde, 17.01.07, pag. 13
Il commercio turco si va modernizzando. A mezz’ora di
macchina dal Gran Bazar di Istambul è sorto un centro commerciale nuovo di
zecca chiamato Kanyon tempio del lusso. Negli ultimi venti anni c’è stato un
vero e proprio boom dei moderni centri commerciali: nel paese ce ne sono 129 la
maggior parte dei quali aperti negli ultimi cinque anni; altri 68 sono in
costruzione e altri 80 in progettazione. Mentre un tempo gli investitori si
concentravano nelle due principali città , Istambul e Ankara, oggi si diffondono
in tutto il paese e specialmente nelle zone turistiche di Konya e Antalya.
Secondo gli investitori è un modo di aggiornare la
tradizione del bazar, dovuta anche al fatto che in Turchia è facile ottenere i
permessi per grandi strutture, a differenza dell’Europa occidentale dove per
proteggere i piccoli commercianti è praticamente impossibile ottenere permessi
per costruire centri commerciali. Nei centri i marchi occidentali si mischiano
a quelli turchi, Prada e Dior stanno accanto ai jeans Mavi e a Baymen.
La Turchia sta dimostrando una flessibilità e
un’attitudine agli affari che supera quella dell’Europa occidentale. Gli
imprenditori stranieri, dai dettaglianti agli industriali, affollano il paese aprendo
ipermercati e mettendo su fabbriche di automobili a gran velocità .
Benché notevoli i progressi della Turchia restano fragili.
Alcuni temono che il congelamento delle sue ambizioni europee possa portare a
una perdita di fiducia da parte di investitori e consumatori. La contraffazione
rimane una minaccia costante. La crescente opposizione da parte di uomini
d’affari con piccole imprese e per lo più islamici, potrebbe portare a leggi
speciali per proteggere i piccoli negozianti e metter fine al boom dei grandi
centri commerciali.
Wall Street Journal
17.01.07, pag.8