(When in Rome pay up like a turista)
di Peter Kiefer del New York Times
Ogni turista a Roma
conosce la misera sensazione: gli
italiani non sborsano 3 euro per un cappuccino o 4 euro per un non richiesto
cestino di pane. E non è una sorpresa o un sospetto ma semplicemente la verità,
che i ristoratori ammettono con candore.
Potrebbero essere
i 40 centesimi in più per un espresso o i 4 euro per la stessa bottiglia di
vino, o ancora servire piatti con meno
ingredienti di quelli previsti, ma il
fatto esiste ed è diffuso quotidianamente a tutte le ore.
Christian
Boyle, un londinese che ha passato alcuni mesi a Roma, racconta che appena
arrivato con alcuni amici in un
ristorante dalle parti di piazza del Popolo, indecisi su cosa ordinare, hanno
accettato alcuni piccoli assaggi di prova che alla fine della cena hanno dovuto
pagare come le altre consumazioni intere.
Cercare di approfittarsi un po’ dei turisti non è una novità, in Italia
come in qualsiasi altro posto del mondo, ma si dice che i romani abbiano per
questo un istinto speciale.
Tegan
Shioler, uno chef e sommelier canadese
che ha lavorato molti anni nei ristoranti e hotels di Roma, afferma che per i
ristoratori romani non è un vero e proprio imbroglio e, anzi, giustificano questo modo di condurre gli
affari. Tutto fa parte della psicologia
italiana, molto gelosa della propria cultura. Fra i romani non sono rari coloro
che disprezzano i turisti e cosi, con uno spiccato humor, giustificano il fatto
di avvalersi di una sorta di privilegio mentre, chiaramente, è illegale. Vale la pena di ricordare che in
Italia più del 30 per cento dell’economia è sommersa e gli scandali
finanziari non hanno rivali. Altri
strumenti di imbroglio sono il
menu in inglese, sempre sproporzionato rispetto all’italiano, e le tariffe ai
tavoli rispetto al banco. Molti
camerieri specificano se l’ordine di un qualsiasi piatto di pasta è stato fatto
da uno straniero o da un avventore romano in modo che, se non si può cambiare
il prezzo esposto, si incide sulla qualità ritenendo i turisti più sprovveduti.
I controlli sono rari per carenza di personale, cento
poliziotti specializzati contro migliaia di alberghi, ristoranti, bar e
trattorie ed Ettore Corsale, un
portavoce del comune, dichiara a tal proposito una certa difficoltà.
Intervistati anche operatori italiani che ammettono di
applicare talvolta alcuni accorgimenti
per giocare sui prezzi, mentre una
signora di Mantova lamenta coma il proprio accento settentrionale le riservi
spesso un pessimo trattamento da turista.
International Herald
Tribune, 27.07.06, pag. 3
(A prime
minister at bay as the bombs fall on Lebanon)
di Christopher
Adams
Il calo d’influenza di
Tony Blair si riflette nell’aperto
dissenso fra i suoi colleghi più stretti riguardo la sua politica sul Medio
Oriente. Il cancelliere di stato Jack Straw
è portavoce di molti alleati di partito quando descrive i bombardamenti
di Israele come sproporzionati.
Girovagando
in California, Tony Blair ha osservato un quadro di vigore e di fuoco alimentato dai suoi intrattenitori dell’establishment
politico. Ma tornando a casa lo
scontento pubblico ha investito decisamente il primo
ministro. Ed è proprio negli Stati
Uniti, in particolare nella stretta alleanza con Bush, che si trova il cuore
del problema. Nei cinque anni trascorsi ad attraversare
l’Atlantico, non solo un largo numero di parlamentari, ma anche rappresentanti
del suo stesso governo, hanno criticato la sua conduzione della crisi
medio-orientale.
Le
vacanze estive sembrano peggiorare le cose e
Blair, già angustiato da problemi interni, secondo gli ultimi
sondaggi, vede la sua popolarità al suo massimo calo, come neanche Lloyd George e Margaret Thatcher nei periodi controversi della loro politica
estera.
Le
pressioni sul primo ministro, che due anni fa aveva annunciato di non volersi
ricandidare per le prossime elezioni, rischia di terminare in anticipo sul suo
mandato. Se continua nei tentennamenti
l‘annuale conferenza del suo partiti il prossimo mese potrebbe essere
infuocata.
Blair,
normalmente sicuro durante gli incontri internazionali a Washington e San
Francisco, nelle riunioni dell’ultimo week end, che erano in larga parte
disertate, è apparso incerto e mogio.
Inizialmente ha abbracciato la linea politica del presidente americano
che rifiuta una immediata cessazione del fuoco fra Israele e il Libano. Ma dopo
l’uccisione dei 56 civili a Qana, la sua posizione è stata costretta a
slittare. Con qualche disagio, ammette la minaccia incombente proveniente dalla
non approvazione di un adeguato piano di pace e, soprattutto, registra il
disaccordo tra gli USA e i suoi alleati
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
In
un’intervista alla BBC Blair non ha parlato del forte dissenso all’interno del
suo governo rendendo poco convincenti tutte le sue dichiarazioni. Jack Straw, Presidente del parlamento e ministro degli esteri, ha parlato anche a nome di molti suoi
colleghi quando ha dichiarato “sproporzionati” i bombardamenti di Israele,
utilizzando un linguaggio poco diplomatico che il primo ministro rifiuta di
usare. In occasioni non pubbliche un ministro
ha accusato Israele di operare con spietate distruzioni e David
Miliband, all’ambiente, all’ultima riunione del governo ha dubitato che ci
fosse la volontà di lavorare per la reale fine del conflitto. Purtroppo Blair sta ancora subendo le conseguenze della sua adesione alla teoria
del libero interventismo che è stata definita al momento dell’entrata in guerra
in Iraq nel 2003, causando una delle più grandi contestazioni ad una
amministrazione britannica con espulsione di due ministri. La situazione in Libano presenta però alcune
differenze. Non c’è in questo caso alcun coinvolgimento diretto della Gran
Bretagna e la violenza in quelle zone
non è un fatto nuovo. Quindi la decisione di porre termine al conflitto
dipende da Israele e non da Blair.
Questa
crisi ha solo portato il primo ministro a vedere sfumare ulteriori consensi e
alleati del suo governo facendogli perdere
il controllo sui suoi stessi ministri. Questi ultimi protestano per
molte ragioni. Alcuni dimostrano una sincera ripugnanza per il fallimento sulle
trattative di un immediato “cessate-il-fuoco”, altri temono anche che le
ragioni degli Hezbollah prevalgano e accompagnino una ripresa del terrorismo
internazionale.
Vi è
poi l’accusa, e qui si parla anche di Iraq, di eccessivo servilismo verso gli
USA. In passato la maggioranza degli elettori
sono stati disposti a dare il beneficio del dubbio, ma i risultati degli
ultimi sondaggi dimostrano che, più che il governo, è Blair in persona a risentire di un enorme rifiuto. Infine di
grande importanza è anche l’occhio alla successione del partito che i ministri
del Labour Party hanno sin dalle ultime elezioni del maggio 2005. La battaglia
che ci sarà tra Jack Strow, il nord irlandese Peter Hain, il ministro dell’educazione Alan Johnson e,
l’attualmente defilato, Gordon Brown, porterà alla sopravvivenza di Blair per
non più di un anno.
Financial Times, 1.08.06 pag 7