1 - Banche Italiane - Salve, Santesa
(Hail Santesa)
La nuova enorme banca
italiana dovrebbe essere un campione per i consumatori e non un campione
nazionale
La
seconda e la terza banca italiane hanno annunciato l’intenzione di fondersi per
creare un gigante europeo del valore di 65 miliardi di euro. Politici,
banchieri, industriali e commentatori hanno messo da parte le loro differenze
per lodare un accordo che promette di distruggere il modello orientato al
passato delle banche commerciali.
La
fusione fra Banca Intesa e Sanpaolo IMI potrebbe essere un evento realmente
ammirevole. La nuova banca, fra le cinque più importanti dell’area euro, potrà
tagliare i costi a livello nazionale e essere ben piazzata per condurre accordi
all’estero. Potrebbe catalizzare altre fusioni con utili annessi. Ma, se i
consumatori non vengono abbandonati, l’Italia deve capire perché la creazione
di una grande banca italiana ha senso, e non è per i motivi che vengono spesso
addotti.
Il
sistema bancario commerciale italiano versa in una brutta situazione. Prima di
questo accordo le cinque banche maggiori possedevano meno della metà del
mercato bancario, a paragone dei circa tre quarti in Francia e Inghilterra,
secondo Standard & Poor’s. Poiché le banche italiane non sono abbastanza
grandi e non sono competitive, non hanno fatto investimenti sufficienti in
tecnologia e non sono riuscite a tagliare i costi per i clienti. Gli italiani
pagano in media 250 Euro di spese e commissioni, due volte e mezza più di
quanto ad esempio pagano gli spagnoli. I mutui sono cari. E per aprire un conto
bisogna riempire un innumerevole quantità di moduli.
Il
nuovo governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha sollecitato le fusioni
all’inizio dell’estate e ha sostenuto che sosterrà gli appalti, anche da parte
di stranieri.
Gli
ostacoli comunque sono fortissimi. Alcune banche italiane sono protette da
patti fra gli azionisti, che possono votando creare un blocco; altre sono
dominate da fondazioni che temono di vedere disunita la loro influenza
attraverso le fusioni; esistono poi dozzine di banche popolari che conferiscono
un voto per ogni azionista ostacolando ulteriormente le fusioni.
Per
arrivare alla fusione, Intesa e Sanpaolo, hanno fatto ricorso al sostegno
politico per aggirare il patto fra i loro azionisti. Sfortunatamente, molti
italiani sostengono la fusione solo perché ha creato una seconda banca italiana
di statura mondiale dopo UniCredit. “Invece di essere sempre la preda” ha detto
Romano Prodi “una volta i piacerebbe essere il cacciatore”.
Questo
sentimento rischia di minare il vero valore che la nuova banca ha per l’Italia.
Un grande accordo nazionale ha senso perché può creare sinergie per un miliardo
di euro all’anno, più di quanto potrebbe far realizzare un affare estero.
Questo potrà avvenire solo se i politici lasceranno che la banca chiuda le sue
succursali e i dipendenti vadano in esubero. Dovrebbero dare il benvenuto alla
nuova banca non in quanto un campione nazionale, ma come un esempio di
efficienza che altri si sentano obbligati a seguire.
The Economist, 2.09.06, pag. 11
(Annan trying to end blockade)
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha
affermato di aver messo in moto un piano per eliminare il blocco imposto da
Israele sul Libano. L’embargo infatti, secondo quanto riportato da Annan,
sarebbe percepito dagli altri stati dell’area medio orientale come uno degli
ostacoli più forti alla ripresa del Libano.
Imposto il 13 luglio è tuttora vigente e ha lo scopo di
impedire il rifornimento di armi agli Hezbollah. Nel corso del suo viaggio
nella regione, Annan ha sostenuto che è illogico impedire ai beni di entrare in
Libano quando allo stesso tempo le Nazioni Unite chiedono alla gente di inviare
aiuti.
Kofi Annan si augura che l’embargo possa essere tolto una
volta dispiegate le forze navali delle Nazioni Unite nel Mediterraneo di fronte
al Libano. Un’azione in questo senso sarebbe stata già concertata per via
telefonica con il Presidente francese Chirac, il Segretario di Stato americano
Rice, il Primo ministro israeliano Olmert e il Presidente libanese Seniora.
International Herald Tribune,
6.9.06, pag. 1
(Donald Rumsfeld’s dance with the Nazis)
di Frank Rich
Il presidente George W. Bush si è insediato a Washington con il proposito di ottenere
l’unità delle forze politiche, non certo la divisione. Ebbene qualche volta si
vince, talaltra si perde. Ma vi è uno dei membri della sua amministrazione che è
riuscito a non rompere la promessa iniziale: Donald Rumsfeld. Con infaticabile
brio egli è riuscito a unire democratici e repubblicani, civili e generali:
tutti vogliono il suo scalpo.
Recentemente, dopo averci
offerto frasi altisonanti e inutili, il segretario alla difesa ha tacciato di “ridicoli e ignoranti” tutti quelli che sono critici
rispetto alla disfatta in Iraq, accusandoli di complicità come ai tempi della
scalata del Nazismo negli anni
’30. Per lui molti americani soffrono
di “confusione morale ed intellettuale” nel non riconoscere il nuovo tipo di
fascismo rappresentato dai terroristi. Sembra quasi riferirsi ai tempi del
primo presidente Bush, già ampiamente criticato per non aver buttato giù Saddam
Hussein nel ’91.
Queste
affermazioni non sono soltanto l’ennesima difesa inconsulta dell’operato in
quei territori ma, dato l’avvicinarsi delle elezioni, una sorta di incredibile
preparativo all’ Election Day.
Fra
l’altro Rumsfeld ricorda anche la vecchia foto che vede il primo ministro inglese
dell’epoca stringere la mano di Hitler
a Monaco nel ’38.
Tutti sanno però che, nel 1983, l’unico a stringere
caldamente la mano di Saddam Hussein a Bagdad è stato lui, come testimoniano
i moltecipli filmati, e questo per
incontri durati nel tempo. Forse il
segretario della difesa non riesce a
ricordare i moderni supporti
informatici per una informazione veloce
ed accessibile a tutti. Rumsfeld non
andò a Bagdad per visitare i musei. Come emissario di Reagan impegnato contro
l’Iran, andò per rafforzare l’alleanza con colui che era già notoriamente
ritenuto un criminale al potere. Prima di questi viaggi già era già uscito il
rapporto di Amnesty International sui metodi brutali del dittatore. L’operato
diplomatico è stato completato dall’offerta di armi chimiche ampiamente usate
contro la popolazione inerme iraniana e poi anche curda. Sembra che ci sia
stata una “confusione morale e intellettuale”
nei rapporti a lungo tenuti con Saddam Hussein e, in seguito, anche con il terrorismo. Infatti è noto che
il segretario della difesa non si è
accorto della grave minaccia se non quando ormai era troppo tardi. Basti per
tutto riascoltare l’infervorato discorso tenuto al pentagono proprio il 10
settembre 2001 dove, alludendo ad una “grave minaccia per il paese”, che poteva
colpire anche la sicurezza dei cittadini e della nazione, si riferisce all’
“eccesso di burocrazia”. Intanto sul suo tavolo giacevano le richieste di
controllo delle scuole per piloti e Mohamed Atta e i suoi 11 fanatici compagni
terroristi stavano montando sugli aerei della tragedia.
Come se non bastasse, Rumsfeld ha continuato a fare paragoni con la seconda
guerra mondiale anche nei mesi successivi e, dimentico delle passate esperienze
di ricostruzione dei dopoguerra, è stato coinvolto in uno scandalo per aver
scialacquato e intascato milioni di dollari destinati alle zone del conflitto.
A questo si aggiunge dopo un anno il fallimento degli aiuti per l’uragano
Latrina. Ci si chiede se gli americani
avranno la memoria corta quando si tratterà di votare la prossima volta,
non importa se democratico o repubblicano, ma persone più serie ed oneste.
Ormai
le critiche al conflitto in Iraq provengono da tutte le forze politiche e, in
questi ultimi mesi anche in buona parte
del partito repubblicano, sempre più riecheggia la terribile parola Vietnam. Le
analogie con quella sconfitta sono sempre più evidenti e, forse, le uniche
lecite, al contrario di quelle false e ridicole con l’epopea della rivoluzione
americana o con la lotta al fascismo. I giornali più diffusi, come il New York
Times, negli stessi convegni in cui partecipa Bush, alle Nazioni Unite,
ospitano interventi che rifiutano questi paragoni ad effetto ma che non
riescono a evidenziare i veri problemi.
La violenza in Iraq è sfociata in una sanguinosa lotta civile, i soldati
americani morti sono più di 2600, la corsa alla morte è ormai inesorabile da
quel terribile giovedì mattina di cinque anni fa.
International Herald Tribune, 4.09.06, pag 7