1 - La politica estera della Russia.
(Last tango in Theran)
L’ultima visita compiuta da un alto dirigente russo in
Iran era stata quella di Stalin nel 1943. la visita di Putin si è svolta
nonostante le preoccupazioni russe di attentati degli estremisti islamici
contro il Presidente russo. Ahmadinejad ha sottolineato che Iran e Russia sono
alleati naturali e Putin, da parte sua, ha detto che la Russia è l’unico paese
che aiuta l’Iran ad attuare il suo programma nucleare pacifico, e che nessun
paese del Caspio deve permettere che il suo territorio venga usato come base
militare da un terzo paese contro un altro. Queste dichiarazioni di Putin sono
un ulteriore esempio della sua politica anti occidentale. La Russia ha firmato
con riluttanza le sanzioni Onu contro l’Iran, e non è detto che firmerà altre
iniziative. Putin afferma che non ci sono prove che l’Iran stia costruendo armi
atomiche e avverte che altre sanzioni non porteranno a niente.
La Russia ha i suoi interessi che differiscono da quelli
dell’America. Putin è preoccupato che l’Iran possa diventare una potenza
nucleare: l’Iran è molto più vicino a Mosca che agli USA e un potere nucleare a
sud è l’ultima cosa che la Russia desidera. Putin non sottovaluta neppure la
minaccia dell’Iran di distruggere Israele.
Ma, allo stesso tempo, la Russia non ha alcun desiderio di
alienarsi l’Iran. L’Iran si è tenuto fuori dal conflitto della Russia contro la
Cecenia, e non è intervenuto nel Caucaso o in Asia Centrale. La Russia vuole
che continui così, e vuole anche proteggere i suoi interessi commerciali in
Iran. In quest’ottica sarebbe suicida venir vista come una sostenitrice di un
eventuale attacco americano all’Iran. Il che non significa che la Russia si
schiererebbe con l’Iran in caso di conflitto militare.
Ecco perché Putin si è dimostrato molto prudente a Teran.
La visita è stato un esempio della politica estera indipendente che il Cremino
favorisce oggi. La Russia non sarà con l’Iran, ma neppure con l’America e
l’Europa.
(The Economist 20 ottobre 2007, pag. 37)
(Dominique Strass-Khan arrive
à la tête d’un FMI en pleine crise)
Il Fondo Monetario internazionale deve confrontarsi con i problemi di finanziamento e la
questione relativa alla riforma del diritto di voto che permetterebbe di
migliorare la rappresentanza dei paesi emergenti.
In seguito alla riunione del
21/22 ottobre, il FMI rimane in una situazione difficile. Da un lato il
Ministro delle finanze brasiliano, Guido Mantega, critica il flebile
interessamento dell’istituzione nei riguardi della crisi dei crediti ipotecari
(meglio noti come subprime), il cui epicentro è negli USA; dall’altro, il
presidente del Comitato monetario e finanziario del Fondo (CMFI),
Padoa-Schioppa, non ha nascosto il suo scetticismo di fronte all’aumento,
secondo lui “enorme”, dei diritti di voto ai paesi poveri ed emergenti. La
formula matematica, che avrà il compito di ridefinire il peso di ogni paese, si
baserà per metà sul prodotto interno lordo, mentre le riserve di cambio, le
esportazioni e l’esposizioni ai rischi finanziari dovranno, entro la primavera
del 2008, trovare una chiara posizione nella formula finale. Dietro queste
arguzie tecniche è soprattutto in gioco, oltre al declino ineluttabile dei paesi
europei, l’aumento del peso della Cina, forte della sua Bilancia Commerciale
massicciamente eccedente e del suo cumulo di riserve di cambio. È bene
sottolineare che il nuovo sistema mantiene comunque in vita il potere di veto
di cui dispongono gli Stati Uniti, unico paese ad avere un numero di diritti di
voto sufficiente a bloccare le decisioni importanti.
“La situazione finanziaria del FMI è divenuta insostenibile”, ha
spiegato il Segretario americano al Tesoro, Henry Paulson. L’istituzione ha
sempre vissuto grazie agli interessi dei prestiti offerti ai paesi in
difficoltà. Da quando però il Brasile e la Nigeria son riusciti a pagare i loro
debiti, sono di fatto spariti prestiti ed entrate. Il deficit del FMI ha
raggiunto i 110 milioni di dollari nell’anno 2006/07 e l’agenzia Standard &
Poor’s ne annuncia il doppio per l’anno in corso. Con tali previsioni, la
decisione di un taglio delle spese del 6%, in tre anni, non sembra una manovra
sufficiente.
In occasione della riunione sopraccitata, i 185 paesi membri hanno
tuttavia raggiunto un accordo riguardo il “rapporto Crockett”, nel quale si
propone di investire una parte delle riserve, una parte dell’oro e una parte
delle quote dei paesi membri in fondi il cui prodotto potrebbe compensare la
flessione delle entrate.
Una sfida particolarmente complicata attende il Signor Strass-Kahn che
dovrà agire al fine di preservare la stabilità economica e finanziaria
dell’intero pianeta e sollevare il morale ai 2700 impiegati minacciati di
licenziamento.
(Le Monde 23 ottobre 2007, pag. 17)