1 – Berlino
incalza Pechino affinché non contravvenga alle leggi internazionali nella sua
ricerca di materie prime
(Berlin urges Beijing not
to beach international rules in quest for raw materials)
La Germania, che è il maggior partner commerciale della
Cina in Europa, ha pubblicato un documento curato dal Ministro dell’economia,
Michael Glos, sulle relazioni fra la Germania e la Cina in 11 punti.
All’interno di questo documento, oltre a chiedere che la Cina lasci fluttuare
la sua moneta, si sostiene con forza che l’aggressiva politica cinese di
approvvigionamento di risorse energetiche nei paesi in via di sviluppo
rappresenta una violazione delle leggi internazionali.
Il documento chiede inoltre che i prodotti e i servizi
tedeschi godano in Cina della stessa libertà di accesso al mercato delle
imprese cinesi in Germania; che vengano eliminate tutte le condizioni
discriminatorie e le barriere burocratiche che gli investitori tedeschi
incontrano. La Cina dovrebbe inoltre migliorare le condizioni di investimento
per le pmi, colonna dorsale dell’economia tedesca, e non limitarsi solo ad
attrarre le grandi imprese.
(Financial
Time, 20.9.2006, pag. 5)
(Telecom Italia seems to
step backwards down the catwalk)
di Jan Limbach
Riccardo Ruggiero, manager
esecutivo della Telecom Italia, ha dichiarato al Financial Times, appena sette
mesi fa, che “la separazione fra networks costituisce un non-sense”.
Infatti, parecchi anni fa, la
società ha investito cifre enormi per
diventare il primo operatore nel mondo a far convergere la telefonia fissa e
mobile in un unico network. Poi spese altri capitali per comprare TIM, la sua
parte mobile, e incorporare i due.
Ma per favore, dimenticate
l’incertezza di Marco Tronchetti Provera. L’elegante presidente di Telecom
Italia è milanese e sposato ad una modella.
E Pirelli, l’altro business che cavalca, indossa il suo stesso stile.
E’ così naturale che possa
essere tentato di aggirarsi attraverso una collezione di strategie societarie
in tanti mesi, così come gli stilisti
italiani lanciano la collezione autunno-inverno liberandosi, nell’arco di
una settimana, da quella
primavera-estate.
Ma il nuovo design di Tronchetti Provera può risultare troppo radicale per gli investitori.
La scorsa settimana ha annunciato che avrebbe sbrogliato il suo modello di “ One Company” e diviso la società nei due filoni distinti di attività, telefonia fissa e mobile. Una mossa che va contro la logica delle politiche industriali attuali e appare contraddire tutto quello che ha dichiarato fin’ora sulla necessità di convergenza delle due branche.
Azzeccare i tempi giusti per
operare sul mercato e rendere
flessibili i prezzi dovrebbe essere il principale guadagno, egli ha
spiegato. In realtà sembrano tre passi
indietro.
La convergenza dei due settori
ha raggiunto il suo apogeo all’inizio di quest’anno quando l’iniziativa della
One Company fu completata: tutti i comparti commerciali e tecnici sono stati
unificati per entrambi i tronconi del fisso e del mobile.
In marzo Tronchetti Provera esultava dichiarando che le nuove decisioni aziendali avrebbero prodotto entrate aggiuntive nell’ordine di milioni di euro nel 2008 e che Telecom Italia sarebbe stata, per le buone scelte fatte, a capo degli investitori nel mondo.
Ma chi ha esultato è stato
l’Unico, che ha un’unica gestione, per
il lancio della più sofisticata rete fisso-mobile nel mondo.
Per Telecom Italia tutto è
successo all’improvviso tanto che gli osservatori sono ancora meravigliati del
declino. Probabilmente non è così. C’è più di quello che sembra, oltre
gli scintillanti pantaloni rossi degli uomini e le cravatte dai grossi nodi, l’Italia sta facendo saltare il suo stesso eccentrico sistema di
tangenti.
Durante l’estate gruppi tedeschi
e svizzeri - Teliasonera, Deutsche Telekom - hanno introdotto nuovi servizi. Anche Vodafon, che ha sempre praticato la telefonia mobile, si
sta allargando. Qualcosa avrebbe dovuto pensare Tronchetti Provera, ad esempio
un piano per vendere Tim e usare i proventi per ridurre gli enormi debiti di Telecom di 41 milioni di euro,
circa il valore complessivo dell’intera azienda. Ma anche se continua a negare
le varie responsabilità, gli
investitori saranno sempre più cauti. Basti pensare a quanto dichiarò comprando
Tim, che un così importante movimento finanziario avrebbe avuto un certo
significato.
(Financial
Times - Digital Business, 20 settembre
2006, pag.6)
(La politique anticorruption
de la Banque Mondiale est contestée)
di Alain Faujias da Singapore
Si sono alzate numerose voci per chiedere al
presidente Paul Wolfowitz di non
politicizzare le attività dell’istituzione.
Paul Wolfowitz, presidente della Banca
Mondiale, si è visto chiedere nella riunione di lunedì 18 settembre a
Singapore, di usare maggiore prudenza nel portare avanti la politica
anticorruzione destinata alla maggioranza degli stati.
La discussione non costituisce
una novità. Dal 1999 la Banca ha rilevato 2000 frodi e ha sanzionato 330
soggetti fra imprese e singoli individui.
Dal suo arrivo alla testa
dell’organizzazione nel giugno 2005, Wolfowitz ha fatto di questo tipo di
risanamento una priorità, dichiarando insopportabile che “il denaro destinato
ai poveri fosse intascato da dirigenti corrotti”.
Queste affermazioni hanno però
provocato delle reazioni che vanno al di là delle apparenze. Le ONG stimano sull’ordine di 1 miliardo di dollari – 780 milioni di euro - i
prestiti congelati in seguito a questi sospetti, ma il problema scottante
consiste nel fatto che ormai la concessione degli aiuti sia a geometria
variabile.
Per esempio, il Bangladesh si è
visto rifiutare il prestito a causa delle politiche di privatizzazione ritenute
insufficienti. Il che ha provocato l’indignazione di Hilary Benn, ministro
britannica dello sviluppo internazionale, nonchè la sua minaccia di sospendere
aiuti per 50 milioni di sterline, pari a 74 milioni di euro, nell’attesa di una
chiarificazione.
I programmi in favore del
Congo-Brazzaville, sono noti per le disillusioni che hanna innestato: la causa
sono le spese del presidente Denis
Sassou Nguesso che sono state giudicate di lusso in quanto si è recato una
volta a New York.
In occasione dell’assemblea
autunnale della Banca, Wolfowitz ha continuato a proporre azioni verso i
governi proponendo una sorveglianza più rigorosa. La tesi è che i poveri sono
doppiamente sfortunati, per la miseria e per i dirigenti della Banca.
Ma non ha convinto interamente e
il documento è stato approvato con molte riserve.
Brigitte Girardin, ministro francese per la cooperazione e lo sviluppo, ha affermato, in sintonia con Trevor Manuel, ministro delle finanze in Sud-africa, che l’asse centrale dell’azione della Banca Mondiale non è quello di interferire nelle politiche interne dei governi ma, principalmente, di contribuire alla riduzione del debito e della povertà. Anche il ministro per lo sviluppo olandese, Agnès Van Ardene, ha stimato che le valutazioni devono basarsi su criteri chiari ed obiettivi precisi e non su semplici impressioni.
Proteste anche dai paesi nuovi
protagonisti del commercio mondiale: Henrique Campos Meirelles, presidente
della Banca Centrale brasiliana, e Jin Renqinq, ministro dell’economia in Cina,
hanno chiesto di non politicizzare l’attività della Banca.
Traducendo le troppe reticenze in termini diplomatici,
Wolfowitz è stato invitato a non
lanciarsi in nuovi interventi che si intromettano nelle politiche interne dei
vari stati per condizionarne le scelte politiche attraverso l’arma dei
prestiti. Inoltre è stata richiesta dai
partecipanti una relazione della presidenza su questo tema, entro la primavera
del 2007.
Forse una riflessione comune, da rendere poi pubblica,
renderà l’attuale presidenza più cauta con i paesi in via di sviluppo non
allineati a Washington. Già comunque appare evidente, considerando la pubblicazione della stessa Banca “Indicatori
mondiali della governance”, curata da Daniel Kaufmann, che i paesi a essere sorvegliati e criticati
pubblicamente sono per esempio, il Cile, la Slovenia o il Botswana, ma non certamente la Grecia o
l’Italia.
(Le
Monde, 20 settembre 2006, pag. 17)