1 - Diritto
internazionale: danni ecologici di guerra. Il Libano chiede un risarcimento a
Israele per la marea nera
(Droit international: dommage écologiques de la guerre.
Le Liban demande réparation à Israếl pour la marée noire)
di Hervé Kempf
Il Libano intende
perseguire Israele davanti una corte di
giustizia internazionale a causa dei danni che l’invasione israeliana ha recato
all’ambiente.
Il ministro dell’ambiente libanese Yaacoub Sarraf, ha dichiarato
che il governo del suo paese ha preparato un dossier allo scopo di avviare una
procedura nell’ambito del diritto internazionale. Il documento illustra nei
particolari tutte le informazioni sui danni procurati, non soltanto alla salute
delle persone, ma anche all’economia.
Il tutto in accordo con il ministero della giustizia che convaliderà il
rapporto e valuterà le giuste modalità di appello alla Corte internazionale.
Il Libano si era già lamentato della grande marea nera
provocata dal petrolio in seguito ai bombardamenti del 13 e del 15 luglio sulla
centrale elettrica di Jiyeh, località a sud di Beyrouth. Le bombe colpirono le
riserve di petrolio all’interno della centrale e dalle 10.000 alle 15.000
tonnellate di carburante si sono riversate nel mare provocando un inquinamento
di grandi proporzioni, mai visto nel Mediterraneo.
Secondo Sarraf la marea nera e l’inquinamento atmosferico,
causato dall’incendio della centrale, hanno causato danni alla pesca, al
turismo e all’agricoltura, oltre a quelli immediati alla salute, e la costa per
oltre 120 chilometri è ormai completamente insozzata. Per di più il ministro afferma che gli indizi dell’uso delle bombe al fosforo, sempre più
comprovati, sono attualmente all’esame attento di una commissione di inchiesta
che esamina i luoghi dove si sono sviluppati troppi incendi distruttivi in
seguito ai raids israeliani. Una delle argomentazioni giuridiche a cui si appellerà il Libano
è la “Convenzione internazionale su
l’interdizione dell’utilizzo di tecniche di modificazione dell’ambiente per
fini militari”, entrata in vigore nel 1978 a seguito della distruzione delle
grandi foreste mai più rinate, patrimonio dell’intero globo terrestre, nel
Vietnam da parte dell’esercito americano.
Data la sua collocazione politica e geografica, il ricorso
legale del Libano potrebbe avere seguito e creare una giurisprudenza ancora
scarsa in materia. La Corte penale
internazionale potrà iniziare col considerare l’articolo 8 dello Statuto di
Roma del 2002, qualificando il proprio intervento giuridico come processo ad
un crimine di guerra. Infatti, secondo il governo libanese è stato
lanciato un attacco, spropositato e senza concreti vantaggi militari, allo
scopo preciso di procurare danni duraturi ed irreversibili all’ambiente, oltre
che alla popolazione civile. Ma si dubita fortemente che l’azione della Corte
internazionale sarà favorita dalla collaborazione di Israele a trattare su questi temi. Un’altra via è quella costituita da un ricorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, già
dalla prima guerra del Golfo nel 1991, ha istituito una commissione d’indagine
per valutare i danni, anche ambientali, provocati deliberatamente sul terreno
del conflitto. In questo caso il problema principale è costituito da una procedura
che, basandosi sul consenso unanime del
Consiglio, mette al riparo i giudicati
in quanto è impensabile che i colpevoli
votino a loro sfavore. In ogni caso una nuova commissione ONU si è recata in
Libano per esaminare il dossier indicato da Sarraf che continua a dichiarare la
determinazione del proprio governo a trovare le modalità legali per portare
avanti i ricorsi contro Israele.
Le Monde, 28.09.2006, pag.
8
2 - Gli Stati
Uniti negano di avere ostacolato un rapporto sul clima
(US denies blocking climate report)
Un’agenzia dell’amministrazione degli Stati Uniti
d’America ha bloccato l’uscita di una relazione che indicava come responsabile dei sempre più violenti e frequenti
uragani il riscaldamento complessivo del globo terrestre.
E’ ciò che
sostiene la nota pubblicazione scientifica “Nature”.
L’agenzia governativa
National Oceanic and Atmospheric
Administration, ha confutato il
contenuto della dichiarazione, affermando che non si era trattato di un vero
rapporto ma di poche pagine.
Le informazioni sarebbero dovute essere presentate alla
stampa in Maggio, alla vigilia cioè del periodo in cui gli uragani si scatenano
più intensamente.
Jordan St. John, portavoce della Casa Bianca dichiara pertanto di non aver divulgato il rapporto
in quanto di fatto “non esistente”-.
Financial Times,
28.09.06, pag. 4
(Italy plea to EU on Asian shoe duties)
L’Italia ha chiesto ieri ai suoi colleghi europei di
continuare a imporre i dazi anti-dumping sulle scarpe provenienti da Cina e
Vietnam, negando di applicare una politica protezionista.
I 25 paesi sono divisi in due blocchi, uno che si oppone
ai dazi in cui figurano Germania, Svezia, Regno Unito, e uno a favore, con Francia,
Italia e Spagna. Il Regno Unito ha offerto il suo sostegno all’Italia sui dazi
in cambio del sostegno dell’Italia alla richiesta del Regno Unito di uscire dai
limiti della direttiva sull’orario di lavoro. Ma gli alleati di sinistra di
Prodi non voglio tale accordo. L’Italia sta facendo pressione su Cipro e sul
Belgio. Le nuove misure andranno adottate entro il 6 ottobre. In caso contrario
i dazi decadranno, una prospettiva che preoccupa i paesi che hanno forti lobby
di fabbricanti di scarpe.
L’Italia produce circa il 40% delle scarpe europee, ma il
Ministro Bonino ha detto che il settore ha perso 2.365 posti di lavoro nei
primi sei mesi di quest’anno, prevalentemente a causa di una concorrenza sleale
estera. Il Ministro ha sottolineato che i dazi anti-dumping introdotti ad
aprile non hanno causato un aumento dei prezzi né inibito la richiesta dei
consumatori di questi prodotti. L’associazione italiana del commercio estero
che rappresenta importatori e dettaglianti ha sostenuto che i dazi danneggerebbero
il commercio senza portare alcun beneficio ai produttori europei.
Financial Times 27.9.06,
pag. 2