(Les deux Corées se lancent dans la coopération
économique)
Al confine fra la Corea del Nord e la Corea del Sud è
stata creata una zona industriale che ospita una quindicina di industrie della
Corea del Sud che impiegano manodopera della Corea del Nord. Nelle intenzioni
dei fondatori, dovrebbe essere l’inizio di una zona economica speciale che
prevede per il 2007 l’allargamento a 24 nuove imprese e l’impiego di 15.000
operai del Nord. La cooperazione fra le due Coree si basa su capitali e
tecnologia del Sud e utilizzo di lavoratori del Nord. Nel 2012 il complesso
dovrebbe occupare 16.000 ettari di terreno e occupare 350.000 operai del Nord.
La produttività della manodopera, che ha un buon livello di istruzione,
equivale e due terzi di quella della Corea del Sud. Migliorerà nel 2007 con la
realizzazione di un centro di formazione tecnica. E’ da due a tre volte meno
cara che in Cina – 57 dollari per 48 ore – e rappresenta meno del 10% del costo
di un operaio al Sud.
Le Monde 3.10.06, pag. IV
(Made in Italy: Counterfeits that were once mere
imports)
L’Italia non è solo una delle maggiori destinazioni
mondiali dei prodotti di lusso falsi. Un numero crescente di merci contraffatte
viene assemblato e prodotto qui. Come sostiene il segretario generale
dell’agenzia italiana contro la contraffazione, Silvio Paschi, le merci
contraffatte sono diventate un’operazione multinazionale.
Citando il caso di un profumo, ad esempio, ha detto che il
profumo era prodotto in Estremo Oriente, la bottiglia prodotta in Europa
centrale e l’etichetta disegnata e attaccata in Italia.
Un numero sempre maggiore di prodotti di pelle viene
fabbricato in Toscana. I produttori di merci contraffatte utilizzano
prevalentemente il lavoro degli immigrati perché più economico, ma anche gli
italiani sono coinvolti. Si tratta di uno degli affari illeciti più lucrativi.
“Il crimine organizzato è coinvolto in tutte le aree della contraffazione”
sostiene Paschi “perché è un affare lucrativo con rischi molto inferiori
rispetto ad esempio al business della droga”.
International Herald Tribune 4.10.2006, pag. III
(Europe opens the dooa to an unreformed Romania)
L’Unione Europea non è mai stata capace di convincere i
dirigenti rumeni a eliminare gli abusi che hanno trasformato i 15 anni
successivi alla caduta del comunismo in un’opportunità mancata per le riforme.
Il 26 settembre la UE ha stabilito di offrire alla Romania lo stato di membro a
pieno titolo da gennaio 2007 nella speranza che questo possa accelerare la
messa in atto di misure per un governo pulito. La Romania riceverà da Brussel
30 miliardi di euro dall’adesione alla fine del 2012 e si teme che invece di
servire alla modernizzazione si possa trasformare in un incentivo alla
corruzione in una scala mai sognata fino ad oggi.
Il partito Social Democratico, erede dei comunisti di
Ceausescu, è ancora il maggior partito. E’ dominato da uomini d’affari che
hanno fatto la loro fortuna manipolando il caotico passaggio del paese al
libero mercato.
L’errore più grave commesso dalla UE è stato quello di non
assicurarsi che le riforme economiche fossero accompagnate da una
determinazione a che anche le condizioni politiche per l’ingresso fossero
soddisfatte. Le riforme esistono solo sulla carta. L’élite rumena sa bene
che l’economia del paese è già
virtualmente all’interno della UE. Quasi tutte le banche, buona parte
dell’industria alimentare e di quella dell’energia è controllata da capitale
europeo. E quelle impresse hanno fatto una lobby serrata per favorire
l’ingresso della Romania nella UE.
Financial Times 2.10.2006,
pag. 13