(China considers fighting EU tariff)
La Cina sta considerando la
possibilità di adottare misure contro l’introduzione dei dazi antidumping da
parte della UE sulle importazioni di scarpe per un periodo di due anni. L’annuncio
è stato fatto sul sito del Ministero del Commercio dal portavoce Chong Quan.
Secondo i cinesi, l’indagine portata avanti dalla UE riguardo al fatto che le
scarpe sarebbero state esportate a un prezzo inferiore a quello interno o a
quello di produzione, presenta dei difetti legali. Le misure approvate non
hanno una base legale né fattuale e danneggiano i diritti legali delle imprese
calzaturiere cinesi. L’indagine svolta dalla UE, sempre secondo Chong Quan, non
rispetta le regole del WTO né quelle anti-dumping della stessa UE.
Le misure approvate dalla UE
hanno esposto la crescente divisione fra i fabbricanti europei, che cercano
protezione contro i loro concorrenti a basso costo e i dettaglianti che
desiderano invece un libero accesso ai beni asiatici.
International Herald Tribune
6.10.06, pag. 16
2 - I proprietary
dei bar in Italia preoccupati dal piano per alzare l’età per servire gli
alcolici
(Italy’s bar owners feeling at plan to raise drink
age)
La proposta del governo italiano
di portare a 18 anni l’età minima per servire gli alcolici nei locali pubblici
non va molto giù ai proprietari dei bar, a esperti scientifici e a critici
dello stesso governo che ha fatto la proposta.
I proprietari di bar ristoranti
e night club pensano che avrebbero dovuto essere consultati prima che la
proposta venisse inserita nella finanziaria.
Il provvedimento servirebbe a
prevenire gli incidenti stradali fra i teenager causati dall’abuso di alcol. Il
Ministro della salute Livia Turco ha affermato che il provvedimento mette
l’Italia in linea con gli altri paesi europei. In realtà, in Francia Germania e
altri piccoli paesi il limite di età è 16 anni, mentre è 18 nel Regno Unito e
21 negli Stati Uniti.
Per alcuni esponenti dello
stesso governo Prodi, la proposta manda un messaggio repressivo e
proibizionista ai giovani e potrebbe avere un effetto contrario. Anche la Fipe
schiuma di indignazione, un’organizzazione che rappresenta 80.000 bar, 60.000
ristoranti, 20.000 pizzerie, 7.000 locali notturni e discoteche. “Mi chiedo se
sia possibile cambiare le abitudini della gente con i divieti” dice Lino
Stoppani, presidente della Fipe.
“Stiamo proibendo ai 16, 17enni
di bere una birra in pizzeria? Se è così finirà come negli anni 70 in
Inghilterra quando i più giovani aspettavano fuori dai pub che gli amici gli
portassero da bere” sostiene Enrico Tempesta dell’Osservatorio Permanente sui
giovani e l’alcol.
Tuttavia è ampiamente
riconosciuto in Italia che gran parte degli incidenti automobilistici è
collegata al consumo di alcol. Circa 200 giovani muoiono ogni anno in questo
tipo di incidenti.
La proposta sulla limitazione
della vendita di alcolici sembra in contrasto però con l’approccio più liberale
che alcuni ministri stanno valutando in merito al consumo di droga.
Financial Times 7.10.06, pag. 3
(The UN’new secretary-general: enter Mr Ban)
Può un grigio uomo che viene dalla Corea essere
esattamente la scelta giusta per succedere a Kofi Annan?
Non è ancora ufficiale ma è
ormai certo che Ban Ki Moon, per lungo tempo ministro degli esteri della Corea
del sud, diverrà il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite, non appena
Kofi Annan terminerà il suo mandato alla fine dell’anno. La scelta non appare stimolante.
Nel suo paese il ministro ha il
nomignolo di “ragioniere”. Il
soprannome è usato dagli amici e dagli avversari e si riferisce non solo alla
eccessiva cura dei dettagli e all’attenzione maniacale per le regole amministrative,
ma riguarda anche una assenza di carisma e un atteggiamento acritico verso gli
ordini dei superiori. Molti sosterranno
che è la persona adatta per scattare davanti ai poteri forti al momento delle
riforme che riguarderanno il mondo intero.
E’ sbagliato dare etichette negative prima del tempo in quanto
Mr Ban potrebbe utilizzare come
uno spot la caratteristica di mero amministratore.
Annan è stato un manager sveglio
e personalmente onesto malgrado i ripetuti attacchi dagli Stati Uniti. Infatti un anno fa Paul Volcker lo accusò, in
quanto primo responsabile delle Nazioni Unite, di non aver controllato il
programma “oil for food” dopo la prima guerra irachena, programma che era stato portato avanti con episodi di
corruzione e disorganizzazione.
Quindi se il nuovo segretario
dedica le sue qualità di organizzatore e burocrate anche al controllo e alla
moralizzazione degli uffici potrebbe velocemente acquistare un suo prestigio.
Ma non dovrebbe il segretario
generale di un organismo al livello delle Nazioni Unite essere ben più di un abile burocrate?
Il politologo Dag Hammarskjold
nel 1950 dimostrò come l’uomo giusto nel posto giusto, cioè nelle circostanze a
lui consone, può in realtà divenire un
potente a livello mondiale, un uomo capace di smuovere forze produttive e di
risolvere i problemi.
In realtà, la necessità di questo tipo
di segretario generale sta divenendo sempre più urgente. Dopo le divisioni del
consiglio di sicurezza sulla guerra in Iraq, e in prospettiva di ulteriori
disaccordi sull’intervento in Darfur e sul programma nucleare in Iran, vi è una
vera e propria urgenza nel mondo intero a che le Nazioni Unite divengano di
nuovo rappresentative della maggioranza dei suoi membri e siano l’arbitro delle
dispute internazionali.
Ma serve un alto diplomatico di
riconosciuta moralità o basta uno sconosciuto ufficiale che si vanta di aver
trascorso 35 anni “mettendo d’accordo”.
In fondo il carisma è utile ma ha i suoi limiti. Molti pensano che il
segretario dell’ONU sia una sorta di governatore del mondo che, come i governi
nazionali, decida sulla legittimità delle azioni e pensi nuove leggi. In effetti,
non è nessuno se scarseggia la sua legittimazione e se i membri
dell’istituzione non prendono la decisione di rafforzarlo. In caso contrario è
destinato a scontrarsi con i poteri forti.
Nulla nel suo passato fa
presagire che Ban Ki Moon cambierà, anche se il lavoro che ha dinnanzi è
pesante. Ma parte con qualche
vantaggio, primo fra tutti il consenso di Stati Uniti e Cina. Se effettivamente è uno yes-man, come
affermano i suoi detrattori, avrà presto la difficoltà di dire yes a entrambi i
suoi sostenitori. Ma se è un costruttore di ponti diplomatici, come afferma di
essere, può farlo con un certo clamore e approfittarne per promuovere nuove
riforme. Merita che gli sia data
qualche chance.
The Economist, 7/13.10.06, pag. 15
(La Nuit
blanche, rendez-vous de l’art contemporain)
di
Bérénice Bailly
Da quando a Parigi ha avuto luogo la notte bianca, si sono alzate molte voci per criticare la
manifestazione giudicata troppo aneddotica, troppo spettacolare e, soprattutto
troppo costosa per una festa di carattere effimero.
I numerosi eventi in programma
hanno interessato sei quartieri, dagli Champs Elysèes al Marais, e 140
postazioni informative sono state messe a disposizione di un pubblico curioso.
Allo stesso modo della festa della musica,
è stata invasa anche la provincia
dalle 19 di sabato 7 ottobre fino all’alba del giorno dopo. Per gli scettici della Notte bianca, dopo cinque
anni, l’arte contemporanea non ha avuto alcun beneficio. Tutte le espressioni
artistiche presenti a questa edizione sono state comunque di alta qualità e con
una predominanza delle arti plastiche, sotto la direzione di personaggi di
primo piano della cultura, come Nicolas Bourriaud, curatore dei musei parigini
e direttore artistico della manifestazione e Jèrome Sans, attualmente direttore
del Palazzo dell’arte di Tokyo.
Altri famosi esponenti della
cultura, quali Eric Troncy e Stèphanie Moisdon, hanno rifiutato di partecipare
in quanto giudicano la manifestazione troppo spettacolare e aneddotica. All’invito del municipio parigino hanno
sostenuto la loro estraneità ad un tipo
di intrattenimento al quale, dato che avviene in uno spazio pubblico, il minimo
che si richiede è di non annoiare le persone con spettacoli che possono essere offerti in altri luoghi più
consoni. Laurent Godin, direttore da
molti anni del Rectangle, il prestigioso centro d’arte di Lione, è meno duro
con la Notte bianca e sostiene che va
considerata l’aggressività che anima anche il mondo deserto dell’arte
contemporanea: il problema quindi non è soddisfare la folla ma i ritardi e gli
slittamenti. A questo si aggiungono le
accuse di ingerenze politiche a caccia di manifestazioni populiste e
controproducenti a discapito di un reale impegno a favore della cultura. Questo
tipo di intrattenimento sembra
consolatorio per quelle persone che disprezzano la vera arte come mezzo di
formazione del pensiero.
Altre critiche sui costi: i
musei parigini già soffrono per mancanza di budgets adeguati. Christophe Girare, assessore parigino alla
cultura, difende la scelta affermando che il milione e 150 mila euro destinati
alla Notte bianca è per quasi la metà coperto dai privati e promettendo altri
interventi per l’anno prossimo, e fa rientrare nelle spese anche le nuove opere
ordinate ad alcuni artisti per l’inaugurazione della nuova linea di Maréchaux
sud a dicembre prossimo.Jeff Gleich, noto gallerista americano, dichiara che
comunque la città di Parigi ha almeno dieci volte in più di iniziative rispetto a quelle di New York
dove tutto è in mano ai privati e risponde ad una logica più economica che
culturale. Caroline Bourgeois, direttrice del centro d’arte Plateau, dichiara
che si deve avere una faccia di bronzo a sostenere che l’arte sia al centro
degli obiettivi di tale manifestazione: anche se molti partecipanti sono di
alto livello il pubblico è in realtà preso in giro e i luoghi dell’arte, come
le gallerie, continuano ad essere
trascurate e ad essere sempre più lontane dalla gente. Invece il recente
esempio da imitare è costituito dalle
“le 24 ore di esposizione” al Palazzo dell’arte di Tokyo.