(Googles tempts retailers
with online market for products)
Google sta studiando un prodotto per mettere in contatto
le imprese commerciali al dettaglio con le sue centinaia di milioni di
visitatori. L’idea è quella di offrire una piattaforma - il nome per ora è
Google Base - dove il settore al dettaglio, e possibilmente anche quello
immobiliare, forniscano dettagli sui loro prodotti e prezzi che saranno poi
organizzati in un sistema di ricerca di semplice utilizzo, offrendo a chi usa
Google un supermercato virtuale.
Molti dettaglianti europei sentono infatti di non essere
abbastanza competitivi nel mercato in rete, secondo interviste fatte da Google
su un campione di 20 grandi dettaglianti europei. L’iniziativa di Google segue
quella di Amazon e Ebay.
(FT 16.3.06, pag. 15)
(Prodi scents election win
after Italian TV clash)
Un Prodi soddisfatto
dell’esito del duello TV contro Berlusconi si sente più vicino alla vittoria
alle prossime elezioni in Italia. Prodi sostiene di aver messo a nudo la
retorica elettorale di Berlusconi come vuota propaganda.
Nel corso del dibattito, seguito da 17 milioni di italiani,
pari a un terzo dei votanti, Berlusconi ha accusato prodi di essere l’uomo di
punta dei comunisti e di altri gruppi di sinistra della sua coalizione. Ha
citato una serie interminabile di dati statistici per dimostrare di possedere
la formula vincente per l’economia italiana.
Commentando l’incontro Prodi ha detto: “Finalmente abbiamo
messo in luce le incongruità di questa valanga di dati. Un’altra cosa che è
finita è il coro “comunisti, comunisti, comunisti, e ancora comunisti”.
(FT 16.3.06, pag. 3)
(Italy follows Argentina
down the same road to ruin, Desmond Lachman, American Enterprise Institute)
Secondo l’autore l’euro maschera le debolezze strutturali
italiane ed impone troppi vincoli alla manovr economica. Di qui il probabile
abbassamento del rating del debito pubblico italiano ed un paragone con
l’Argentina. Un buon esempio di come parte della comunità finanziaria
internazionale (forse, in modo poco obiettivo), giudica l’Italia.
Un’ironia del dramma politico ed economico che si sta
svolgendo in Italia, è che molti di coloro che detengono il debito governativo,
eccessivo e in continua crescita, erano un tempo orgogliosi detentori di
obbligazioni argentine. Mentre Mario Draghi, il nuovo governatore della Banca
d’Italia, avverte che l’economia italiana “si è incagliata”, e il Primo
Ministro Silvio Berlusconi, nella corsa alle elezioni del mese prossimo, si
sfoga dicendo che “l’Euro è stato un disastro per l’Italia”, ci si chiede in
che momento gli italiani che possiedono obbligazioni avranno la sensazione di
assistere alla proiezione di un film già visto.
Perché, a parte la fastidiosa debolezza politica e
istituzionale dell’Italia – come esemplificata dall’attuale campagna elettorale
litigiosa e polemica e da un nuovo grosso scandalo bancario che offusca
ulteriormente la reputazione del sistema finanziario italiano – la situazione
economica del paese è notevolmente simile a quella dell’Argentina della fine
del 1999. Lo stesso Draghi ammette implicitamente questa somiglianza quando
sostiene che l’Italia deve migliorare la sua produttività se vuole sperare di
invertire il declino relativo del paese.
La somiglianza più sorprendente fra i due paesi sono le
rigide disposizioni monetarie nelle quali si sono chiusi. In reazione
all’iperinflazione della metà degli anni 80, l’Argentina nel 1991 inchiodò la
sua moneta alla croce del piano di convertibilità. Sperando di costringere in
questo modo il paese a una inflazione bassa e a una disciplina nella politica
fiscale che non aveva mai avuto.
Allo stesso modo, l’Italia nel 1999 ha abbandonato la lira per l’Euro per imporre al paese una disciplina macro-economica. Si sperava che la disciplina fiscale e la riforma strutturale avrebbero preso il posto dell’alto tasso di inflazione e delle periodiche svalutazioni della lira.
Abbandonando la sua moneta, l’Italia, come l’Argentina prima di lei, ha rinunciato alla flessibilità di una politica macro-economica per stabilizzare la sua economia. L’Italia non può più ricorrere alle periodiche svalutazioni per correggere le perdite nell’ambito della concorrenza internazionale. Non avendo più una sua politica monetaria, deve accettare i tassi di interesse decisi dalla Banca Centrale Europea (BCE) anche se non si adattano alle circostanze italiane. Quando Jean-Claude Trichet ha recentemente frenato la politica monetaria europea a causa dell’alto prezzo del petrolio, ha considerato la ciclica debolezza dell’Italia?
Se questo non bastasse, il patto europeo di stabilità
fiscale obbliga l’Italia a rafforzare le finanze pubbliche in un momento di
debolezza. Come l’Argentina negli anni 90, le finanze pubbliche italiane sono
in un vero caos. Con un debito pubblico che ammonta al 105% del Pil, l’Italia
risulta essere il paese più indebitato d’Europa. Il deficit di bilancio di
circa il 4% del Pil, è una chiara violazione dei criteri di Maastricht.
La cosa più preoccupante è la mancanza di competitività
dell’Italia a livello internazionale. Negli ultimi cinque anni, l’Italia ha
perso in competitività circa il 15% rispetto alla Germania poiché agli aumenti
salariali non hanno corrisposto guadagni dalla produttività. Il fallimento
dell’Italia a modernizzare la sua industria e a migliorare la tecnologia l’ha
lasciata esposta ai forti venti della concorrenza cinese in una economia sempre
più globalizzata.
La perdita degli strumenti di politica macro-economica non
sarebbe stata così grave se la sua economia fosse fiorente. Ma negli ultimi
tempi l’economia italiana è stata in recessione. L’alto prezzo del petrolio non
potrà che peggiorare la situazione.
Come era il caso dell’Argentina, l’unica via d’uscita per
l’Italia è ridiventare competitiva attraverso ampie riforme strutturali,
soprattutto nel mondo del lavoro. Tuttavia, se l’attuale campagna elettorale è
indicativa, ci si deve chiedere quanto queste dolorose riforme siano più
probabili in Italia di quanto lo erano in Argentina sotto Carlos Menem. Bisogna
anche tener presente quanto sarà difficile per l’Italia riguadagnare
competitività in un ambiente di inflazione bassa.
In mancanza di vere riforme, lo scenario per l’Italia sarà
quello di una prolungata stagnazione economica, se non di recessione, e di un
debito pubblico sempre in aumento. Questo probabilmente porterà le agenzie di
rating a ridurre nuovamente le loro previsioni sull’Italia e a costringerà la
BCE a tirarla periodicamente fuori dai pasticci, nonostante la politica
contraria della banca ai salvataggi. Tuttavia, come l’Argentina ha sbagliato a
contare sempre sulla volontà del FMI a nascondere le sue debolezze economiche,
l’Italia farebbe un grande errore a procrastinare le dolorose riforme di
mercato e a contare sull’eterna indulgenza della BCE.
(FT 17.3.06, pag. 11)