1 - Il grande salto indietro del commercio mondiale
La contrazione senza precedenti del commercio mondiale è
una conseguenza della recessione economica che ha colpito i grandi paesi
industriali lo scorso anno. Lamy ritiene che proprio per questo sia
assolutamente necessario rilanciare i negoziati di Doha sulla liberalizzazione
degli scambi mondiali e di portali a termine entro la fine dell’anno.
I negoziati sono ad un punto morto per l’assenza degli
Stati Uniti. Il ciclo di negoziati
cominciato nel 2001 aveva messo l’accento sullo smantellamento degli ostacoli
al commercio in favore dei paesi poveri.
(Let the Greeks ruin
themselves)
La travagliata situazione greca ha messo il Cancelliere
Tedesco Merkel in difficoltà. I cittadini tedeschi non hanno intenzione di
pagare per la Grecia che considerano un paese scialacquatore. A febbraio la
Merkel ha offerto un vago sostegno alla Grecia insieme ad altri paesi della UE
chiedendo allo stesso tempo un piano concreto per ridurre il deficit. In
seguito le richieste sono diventate più pressanti e le offerte di aiuto più
vaghe. A metà febbraio i ministri delle finanze dei 16 paesi della zona euro
hanno chiesto alla Grecia di fare ulteriori tagli del budget dal 4% all’8.7%.
Un drastico piano di austerità, sperano, servirà a scoraggiare gli speculatori
e a rassicurare i loro elettori a casa che la Grecia non se la caverà a buon
mercato. Il modello è l’Irlanda che ha restaurato il mercato attraverso un
taglio brutale del deficit senza ricorrere agli aiuti dei vicini europei.
La Germania teme che un salvataggio romperebbe l’accordo fatto
perché sottoscrivesse l’euro: che i membri della moneta unica non avrebbero mai
messo in pericolo la sua stabilità né chiesto alla Germania di pagare per la
cattiva gestione degli altri.
La soluzione della crisi non è chiara. Secondo i Trattati
la Grecia potrebbe essere aiutata se la crisi può venir attribuita a forze
esterne o alla recessione globale. Alcuni sostengono che la Germania potrebbe
aiutare a lungo termine stimolando i consumi interni che potrebbero salvare
l’economia mediterranea.
(The Economist, 20 febbraio 2010, pag. 28)