(In China, gridlock ahead of meeting)
L’elite cinese si prepara a un incontro coperto da
segretezza previsto per la fine dell’anno che determinerà le politiche che
governeranno la nazione più popolosa per i prossimi cinque anni. Il Congresso
del Partito Comunista non è stato annunciato pubblicamente ma è atteso per
novembre. Le manovre che lo precedono stanno già complicando il clima politico
costringendo lobbyisti e uomini d’affari a mutare strategie e ad accettare
l’idea che quest’anno sarà difficile realizzare qualcosa.
Gli imprenditori stranieri si stanno rendendo conto che il
processo per ottenere l’indispensabile approvazione governativa per
investimenti, acquisizioni e licenze è più lento e difficile poiché i
funzionari governativi si stanno facendo più cauti. L’atteggiamento più
circospetto è un promemoria della natura del processo decisionale del sistema
autoritario cinese guidato dal consenso. I funzionari governativi non devono
rendere conto al pubblico, ma devono coltivare il consenso da parte degli alti
funzionari per garantirsi la sopravvivenza.
Il Congresso del Partito che si tiene ogni cinque anni è
il momento di incontro fra le circa 2000 persone più potenti del paese per
articolare le loro priorità e decidere promozioni o retrocessioni fra loro. Il
precedente Congresso, nel novembre del 2002, fu un evento storico, poiché Hu
Jintao successe a Jiang Zemin come Segretario del Partito, nonché Presidente
del paese e comandante in capo delle forze armate.
La successione pacifica fu una svolta dopo le sommosse e
la violenza che avevano caratterizzato i decenni precedenti. Quest’anno non ci
si attendono cambiamenti epocali, poiché tanto Hu Jintao che il primo Ministro,
Wen Jiabao non hanno sfidanti. Le loro posizioni non dovrebbero mutare prima
del Congresso del 2012, quando i limiti di tempo per Hu saranno scaduti e
avendo anche raggiunto i 70 anni dovrebbe ritirarsi dalla scena pubblica.
Pertanto quest’anno potrebbe giusto essere una fase di gestazione di una nuova
dirigenza che però si affermerà solo fra altri cinque anni.
I cambiamenti al vertice si ripercuotono ovviamente ai
livelli successivi, poiché i dirigenti dei governi locali e delle agenzie
amministrative , e delle maggiori imprese a proprietà statale, sono scelti dal
partito. La posta in gioco è alta: direttori generali di successo sono stati
promossi a governatori provinciali o altre posizioni di prestigio.
E’ vero anche il contrario, che chi ha perso il favore è
stato rimosso. I casi di corruzione dello scorso anno e le conseguenti
rimozioni di funzionari di partito di alto livello a Shanghai sono stati
interpretati come una prova dell’abilità di Hu Jintao di eliminare un rivale
politico e riportare all’ordine chi a livello locale non si era attenuto alla
direttive del centro.
Per chi cerca di ottenere oggi una certa influenza in
Cina, non è certo il periodo migliore per chiedere favori.
Wall Sreet Journal, 23.01.07, pag.10
(What is Israel and Syria find common round?)
I giornali israeliani riportano che un accordo di pace
sarebbe stato segretamente raggiunto fra negoziatori di Israele e della Siria.
I termini dell’accordo, per quanto è dato sapere, non contengono niente di
nuovo: ritiro di Israele dalle alture del Golan e normalizzazione delle relazioni tra Damasco e Gerusalemme. Né è
una novità che Israele e i leader arabi entrino in contatto direttamente senza
che gli Stati Uniti vi partecipino e ne siano informati. La novità è
l’apparente opposizione di Washington ad un accordo tra Israele e la Siria e la
possibilità che, cercando la pace con uno dei suoi vicini arabi, Israele rischi
di aprire una crisi con gli Stati Uniti.
In più occasioni Israele e i leader arabi hanno intavolato
discussioni clandestine senza informarne la Casa Bianca. Ma hanno sempre
ricevuto l’approvazione da parte degli USA, anche se successivamente. Perché un
contatto con la Siria offriva un’alternativa alle trattative con la Palestina
in stallo perenne e la pace fra Israele e Siria apriva la porta a una
riconciliazione regionale.
Dopo l’11 settembre però e l’inclusione della Siria fra i
paesi dell’asse del male (con l’Iran e la Corea del Nord), la Siria è stata
considerata una fonte di instabilità in Medio Oriente, uno sponsor del
terrorismo internazionale e un nemico degli Stati Uniti. L’ostilità nei
confronti di Damasco è aumentata dopo l’incursione in Iraq, accusata di
fomentare l’insurrezione e nascondere armi non convenzionali in Iraq. E più
recentemente la Siria è stata accusata di complottare contro l’indipendenza del
Libano e dell’assassinio dei leader anti siriani.
Quindi, l’ultimo desiderio degli americani è la
conclusione di un trattato di pace fra Israele e la Siria che trasformerebbe
Assad da paria a pacificatore dandogli più forza.
Alcuni israeliani invece vedono i vantaggi di una
conclusione dei 60 anni di conflitto con il loro vicino, che porterebbe a una
cessazione degli aiuti ad Hamas e Hezbollah. Ma soprattutto, staccando la Siria
dall’orbita dell’Iran, Israele potrebbe affrontare la sfida nucleare iraniana
senza temere rappresagli da parte delle forze e dei missili siriani. Perdere le
alture del Golan è il prezzo che gli israeliani sono disposti a pagare.
Un accordo di pace fra Israele e la Siria potrebbe quindi
innescare una seria crisi fra Israele e gli americani, anche se Bush sarebbe in
difficoltà a non approvarlo trovandosi con un Congresso a maggioranza
democratica e con membri del suo stesso partito che chiedono un ruolo più forte
degli USA nella mediazione in Medio oriente.
International Herald
Tribune, 25.01.07, pag. 8
3 -Â Â Â Â Â Â I leader
mondiali cercano di domare le paure verso la globalizzazione.
(Leaders struggle to tame fears over globalization)
I leader e gli uomini d’affari del mondo che ogni hanno si
riuniscono a Davos per il World Economic Forum hanno sempre condiviso il credo
che la globalizzazione sia una buona cosa. Questo è ancora vero, ma quest’anno
molti di loro si sono chiesti se sia buona per la gente a stipendio medio che
impiegano, o che non impiegano più. Oggi si è diffuso un nuovo ritornello: la
globalizzazione non funziona per tutti. La stagnazione degli stipendi e la
crescita dell’insicurezza del lavoro nei paesi sviluppati hanno creato un
diffuso disincanto verso la libera circolazione delle merci dei capitali e
delle persone. Queste paure popolari potrebbero trasformarsi in reazioni
politiche negative che potrebbero portare al protezionismo, o quantomeno a
rendere più arduo in futuro realizzare accordi di libero scambio.
I governi dei paesi sviluppati devono convincere la loro
classe media ad accettare una vita di sfide e cambiamenti costanti.
In teoria, i paesi in via di sviluppo sono vincenti nella
globalizzazione perché producono posti di lavoro facendo prodotti a basso costo
per i paesi ricchi e i paesi ricchi sono vincenti perché comprano prodotti a
basso costo e possono vendere i loro prodotti sofisticati ai paesi in via di
sviluppo. La prima vittoria è innegabile, ma la seconda favorisce i capitalisti
piuttosto che i lavoratori. Molte imprese tanto negli USA che in Europa hanno
ridotto gli aumenti delle paghe minacciando di trasferire la produzione
all’estero. La compressione dei salari si è tradotta in un aumento dei profitti
per le imprese. Le preoccupazioni dei dipendenti si trasformano in questioni
politiche tanto negli USA che altrove.
Molti imprenditori a Davos pensano che le paure riguardo
al fatto che il commercio mini gli standard di vita nei paesi sviluppati sia
mal posto, e che toccherebbe ai politici spiegare che trasferire dei lavori
all’estero determina un aumento della produttività che può creare più lavoro
nel proprio paese. Bisognerebbe che lo stato desse più sussidi alle vittime
della globalizzazione e procedesse ad un adeguamento della formazione coerente
con le esigenze di un mondo in rapido cambiamento.
Wall Street Journal
25.01.07, pag. 1