(U.S.âChavezÂ
feud flares at U.N.)
di Neil King Jr.
I due
paesi da tempo si stanno scontrando su enormi questioni di
politica economica interna al Venezuela e sui temi della guerra in medio oriente e
della solidarietĂ verso Cuba.
Lâha
fatto la Siria. CosĂŹ Cuba e il Sudan. Tutti costoro hanno avuto un seggio al
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma ora gli Stati Uniti hanno
ingaggiato una vera e propria battaglia per non far vincere al Venezuela il
seggio fra i 15 membri con diritto di voto.Â
Il presidente venezuelano Hugo Chavez  ha accusato Washington di aver provocato
nel 2002 il golpe fallito contro il suo governo, riconfermato poi a grande
maggioranza da un referendum popolare. Lâinconsueta disputa tenuta in pubblico
ha avuto lâeffetto di provocare un quasi plebiscito di consensi per il
Venezuela e di dividere fra chi approva
e chi disapprova i sostenitori degli USA. A effetto il discorso tenuto allâONU da Chavez Â
che per lâoccasione (mimando ironicamente lo stile Bush) ha definito
questâultimo âil diavoloâ.
Jorge Skinner Klee, ambasciatore del Guatemala presso
lâONU, sostiene che sparlare degli Stati Uniti è una moda e continua a proporre
il suo paese per lo stesso seggio.
Lâamministrazione del presidente Bush ha preso posizione a favore del Guatemala proprio in un
momento in cui il prestigio e lâinfluenzaÂ
degli USA appaiono in forte declino in molte zone del mondo, non solo in
america latina ma anche in Asia, dove la Cina sta assumendo il ruolo di leadership,
e in medio oriente, dove lâIran sta riprendendo la sua vecchia posizione di guida.
AllâONU gli Stati Uniti stanno faticando per persuadere
gli altri paesi membri ad allinearsi sulle dure sanzioni verso la Nord Corea e
lâIran per il loro programmi nucleari e sulla missione in Darfur. Si stima che
ultimamente le nazioni a favore degli USA siano scese dal consueto 50% al
25%. Molti osservatori scommettono che
questa volta gli Stati Uniti potrebbero non riuscire nel loro intento, anche
sulla base della loro politica estera funestata sia dalla guerra in Iraq che dalla campagna militare in America latina anti droga (ma che colpisce la
popolazione).Â
Nel caso di vittoria Chavez ha promesso che parteciperĂ
personalmente alle sedute delle Nazioni Unite, una possibilitĂ che sconcerta
Bush.
I seggi a rotazione ogni due anni sono 10, mentre gli
Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Cina e la Russia sono permanenti
e hanno diritto di veto. Per essere
eletti come membri a termine si deve avere lâapprovazione di due terzi
dellâAssemblea Generale con votazione segreta.   Questo significa che o il Guatemala o il Venezuela dovrebbero
avere il voto di almeno 128 paesi per accedere al seggio ora occupato
dallâArgentina.   Le ragioni di questa
contrapposizione sono ovviamente di natura geopolitica.    Chavez ha compiuto molti viaggi per
tessere alleanze nei mesi scorsi e trovare supporters in Africa e nei paesi del
centro e del sud america. Affiancato dal suo ministro degli esteri Nicolas
Maduro, battagliero sostenitore della democratizzazione del sistema delle
Nazioni Unite e della loro uscita dal presente sistema unipolare diretto dagli
USA, ha ottenuto consenso da paesi significativi come il Cile, lâArgentina,
LâUruguay e i componenti dellâUnione Africana.
Gli Stati Uniti hanno risposto coinvolgendo lo scorso mese
una dozzina di ambasciatori in un
incontro con Condoleezza Rice e sostenendo la pericolositĂ di una eventuale non
unanimitĂ sulle decisioni degli USA in sede ONU.
Forte è stato lo scandalo scoppiato a proposito delle
minacce e ritorsioni per chi si pronunciasse con voto contrario, come quelle di
negare spazi aerei ai voli jet al Cile che, finâora, non ha ancora votato ufficialmente. I funzionari americani si difendono
sostenendo che il Venezuela è un paese senza rilevanza e che lâattuale momento
di crisi internazionale non permette disfunzioni nellâambito della piĂš
importante organizzazione internazionale a livello mondiale.
Edwuard Luck, della Columbia University, afferma che gli
Stati Uniti potrebbero migliorare le possibilitĂ di vittoria del Venezuela
perchĂŠ nellâONU quando si tratta di Davide e Golia la maggior parte dei membri
parteggia per Davide. Thomas Weiss, della City University di New York, sostiene
che nel â90 lâopposizione degli USA Â ha
permesso a Cuba di entrare a far parte del consiglio ONU con relative fanfare.
Si deve tenere presente che ogni risoluzione del Consiglio
di sicurezza passa per 9 voti favorevoli e deve evitare il no di anche uno solo
dei 5 permanenti. In teoria i non permanenti possono allearsi per votare
contro.
La candidatura del Venezuela, lanciata quattro anni fa con
il supporto della maggioranza dei paesi del centro america e dellâEuropa, può
contare sul voto sicuro di almeno 104 rappresentanti dellâAssemblea Generale,
fra i quali alcuni paesi latino-americani, malgrado non siano mai stati eletti
ad incarichi delle Nazioni Unite, rivendicano il loro ruolo internazionale in
quanto coinvolti in operazioni di
peacekeeping.
Dâaltro canto il Guatemala respinge le accuse di
servilismo verso gli USA e di operare
in un regime nominato direttamente da
Washington.Â
The Wall Street Journal,
16.10.06 06, pag. 10
(Out of India, a âthird wave of globalizationâ
emerges)
Il mondo si è abituato a considerare lâIndia come una
fonte di energia brulicante di forza lavoro a buon mercato. Ma lâIndia sta ora
emergendo come una sorgente della nuova generazione di megacorporazioni
globali. Il primo segnale è stato Mittal, oggi il gruppo Tata partecipa al
bando di gare per acquisire lâinglese Corus.
Si tratta della terza ondata della globalizzazione; la
prima è stata il colonialismo, la seconda la penetrazione nei paesi in via di
sviluppo delle multinazionali di Stati Uniti, Europa e Giappone. Con
lâaffermazione internazionale del gruppo Tata si assiste alla nascita di un
conglomerato dâaffari globale e diversificato che ha origine nellâex terzo
mondo e ha lâampiezza e lâambizione di una General Electric, anche se non ancora
il peso.
Tata oggi ha un valore di mercato pari a un ottavo della
GE, ma si sta addentrando con determinazione nellâeconomia globale. Opera in 54
paesi e sei continenti, 17.000 dei suoi 202.000 dipendenti non sono indiani. Lo
scorso anno ha speso un miliardo e mezzo di dollari in acquisizioni straniere e
oggi produce il 30% delle sue entrate fuori dallâIndia. Esporta ogni anno
800.000 paia di scarpe dalla Cina ai negozi in Europa.
La holding del gruppo, la Tata Sons, appartiene a
istituzioni benefiche e i due terzi dei profitti vanno in azioni filantropiche.
âfacciamo i soldi per darli viaâ sostiene il direttore esecutivo del gruppo. Il
gruppo disegna prodotti per i consumatori dalle entrate basse, tradizionalmente
ignorati dalle multinazionali.
Il gruppo sta ad esempio disegnando una macchina che
costerĂ 2.200 dollari, venduta in kit che si potranno assemblare nel garage del
venditore per ridurre i costi. Ha giĂ avuto molto successo vendendo camion
economici in Sud Africa. Il suo approccio, venendo da un ex paese coloniale, è
quello di voler aiutare a costruire un paese, piuttosto che occupare
semplicemente una fetta di mercato.
Il gruppo è stato fondato nel 1868 da una famiglia di
origini iraniane. Oggi il suo nome è stampato sui prodotti piÚ diversi: sale,
tè, abiti, gioielli, camion, automobili, carte di credito e telefoni. Sta
cercando di ampliare la sua catena di holtel Taj.
Fare affari nei paesi in via di sviluppo fornisce le
capacitĂ di smussare quello che altrimenti apparirebbe come un âvantaggio quasi
insormontabileâ delle multinazionali occidentali.
International Herald Tribune, 18.10.06, pag. 13
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