(An expanding Union: open wide Europe’s doors)
di Carl
Bildt, Ministro degli Esteri in Svezia
Chi vuole essere
assimilato dall’Europa e chi è in grado di disegnare i confini dell’Europa?
L’autore di questo editoriale segue da sempre il dibattito sull’allargamento
dell’Unione Europea e la sua capacità di assimilazione, nella speranza di
capire un giorno il significato politico di questo concetto, a parte i problemi
di spazio degli uffici di Bruxelles oÂ
altre false provocazioni.
La capacità di assimilazione è stato il chiacchiericcio
dei piĂą recenti dibattiti, ma sembra un concetto difettoso che ignora le reali
trasformazioni storiche che l’Europa sta attraversando dal 1989 e la vera
natura del processo d’integrazione.Â
La Francia è assimilata all’Unione Europea? E lo vuole
realmente, messe le cose in questi termini?Â
Lo è la Gran Bretagna? In realtà , invece di essere assimilati
dall’Unione, i nuovi Stati membri stanno aumentando la capacità dei comuni
processi d’integrazione.
Basti guardare ai risultati.
Dal golfo della Finlandia giù fino al Bosforo – un area
caratterizzata talvolta da conflitti e spesso fuori dalle principali dinamiche
dello sviluppo – si registra attualmente una crescita e un dinamismo che sta
riguardando l’Europa nel suo complesso. I vantaggi politici in termini di pace
e di stabilità sono ovvi. Ma con la crescita sarà evidente anche l’importanza
delle opportunitĂ offerte da questi paesi per una competitivitĂ piĂą forte delle
industrie europee nel mercato globale. E’ chiaro che il quinto allargamento è
stato uno dei più significativi risultati dell’integrazione europea nei suoi
primi cinquant’anni, e sta rendendo possibile la magia di una trasformazione
pacifica di queste 10 nazioni, e presto
anche della Romania e della Bulgaria.
Importante tenerlo presente in un periodo in cui si
subiscono danni alla sicurezza e alla stabilità . La vera preoccupazione è la constatazione di un potere europeo
debole proprio nel momento in cui le tensioni riguardano tutti. Ovunque, da Kabul a Khartoum, si
costruiscono i presupposti per queste tensioni, non solo i noti pericoli di
conflitti politici, terrorismo e prolificazione nucleare, ma forse i più pericolosi rischi di un forte scontro di
civiltà . Quello che è necessario è un rafforzamento profondo del potere
europeo. Un potere forte per costruire la pace con le idee e i voti e non con i
carri e le pallottole.
La debolezza dell’Europa è generata dallo stesso processo
di allargamento. Un’Europa che deve rimanere aperta a coloro che desiderano
condividerne la sovranitĂ , che accettano il ruolo delle leggi per dedicarsi,
insieme, alla costruzione di una società aperta, secolare e libera. Ma c’è chi vuole rallentare, o anche
fermare, tali processi in quanto prevale la discussione sulle frontiere. Il
tracciare linee grossolane dei confini con l’est Europa porterebbe a situazioni
pericolose. Si registrerebbero effetti deleteri in queste aree e nazioni che
temono l’esclusione. Si rafforzerebbero
rigurgiti nazionalisti o peggio, se la luce dell’integrazione europea, ancora
vaga o distante, fosse completamente spenta.
Non basterĂ una traccia su di una mappa a difenderci. Il
rapporto della Commissione europea sull’ entrata della Turchia tra i paesi
membri è un banco di prova ed è incontestabile che sarà necessaria una
prospettiva di natura strategica. Si sta completando il quinto allargamento con
100 milioni di persone e la modalitĂ con cui sarĂ condotta questa
trasformazione avrà implicazioni profonde per il futuro dell’Unione Europea. Si ha il dovere morale di promuovere
l’integrazione dei Balcani e, sebbene sia difficile trovare la chiave giusta,
l’Europa deve fare il possibile per favorirli.
Anche l’interesse per la Turchia è forte. E’ il risultato di un lungo processo
d’integrazione e modernizzazione del paese e avrebbe un impatto positivo per la
stabilità dell’intera area del mediterraneo orientale e del mar nero.
Sicuramente aggiungerebbe importanti elementi di dinamismo economico, vigore
demografico e arricchimento del confronto culturale. Sebbene in Turchia siano
state approvate nove riforme progressiste, ancora il processo di
modernizzazione è da completare e si può ragionevolmente prevedere che andrĂ
avanti.
A complicare l’accesso della Turchia (oltre le violazioni
dei diritti dei Curdi), nel 2004 c’è stato un grande fallimento della politica
europea sulle trattative per il caso
Cipro. La responsabilità è anche dei
leaders dell’isola che hanno rifiutato il piano delle Nazioni Unite preparato
in accordo con l’Unione Europea. In ogni caso chiudere la porta ai Balcani e
alla Turchia può provocare l’apertura di altre porte all’instabilità , pericolo
che nasce dall’ostacolare la storia.
Per andare incontro all’allargamento dell’area favorendo
il nascere di nuovi cambiamenti, l’Europa deve credere in se stessa e nella sua
missione.
International Herald Tribune, 8.11.06, pag 8Â Â Â Â Â
(Mediterranean rivals)
Un confronto fra Spagna e Italia.
Entrambi i paesi hanno al governo coalizioni di
centro-sinistra, sono impegnati nell’integrazione europea, sostenitori della
costituzione europea. Hanno entrambi un basso tasso di natalitĂ , forte
immigrazione e perdita di competitivitĂ . Sono entrambi paesi mediterranei,
latini, che usano fare la siesta.
La Spagna è il paese della UE la cui economia è cresciuta
a un ritmo doppio rispetto agli altri. Secondo le previsioni nel 2009 potrebbe
superare il PIL dell’Italia.
La nuova prosperità spagnola è il prodotto di una lunga
preparazione. Rispetto ad altri paesi europei, la Spagna ha un welfare meno
generoso; a differenza dell’Italia ha marginalizzato il partito comunista, che
non ha una base nei sindacati, i quali sono moderati, hanno accettato contratti
di lavoro a termine più flessibili. A differenza dell’Italia, vige un profondo
rispetto per l’ortodossia fiscale. Il sistema venne stabilito nel 1976, dopo
Franco, e il Partito socialista abbandonò il marxismo e adottò, molto prima di
Blair, la “terza via”. La Spagna inoltre tende ad avere governi più stabili e
monocolore.
L’Italia sembra ignorare sia la disciplina di partito che
il sostegno unanime alla propria legge di bilancio, alla sua finanziaria sono
stati infatti proposti 7.000 emendamenti, di cui 3.000 proposti dalla stessa
coalizione di governo. In Spagna invece governo e legge di bilancio si
rafforzano reciprocamente.
Questo non vuol dire che sia tutto roseo in Spagna.
Rispetto all’Italia possiede meno piccole imprese capaci di competere
internazionalmente. Dipende troppo dal settore delle costruzioni e sta vivendo
un boom edilizio, e l’economia è vulnerabile a maggiori tassi di interesse,
cosa che potrebbe accadere.
Come l’Italia, la Spagna è impantanata da alti costi;
affari a bassa produttivitĂ vulnerabili alla competitivitĂ cinese; sistema
scolastico povero; scarse risorse attribuite alla ricerca.
Il successo economico ha comunque modificato la percezione
del paese, se un tempo l’Italia era il modello di modernizzazione di un paese
mediterraneo, oggi la Spagna ha maggiore fiducia in se stessa. Le sue imprese
fanno acquisizioni all’estero, in America Latina e in Europa.
Gli spagnoli non si sentono piĂą diversi, vogliono essere
europei. Oggi sta emergendo come un paese uguale all’Italia, se non alla
Francia ed è quindi probabile che il suo peso politico all’interno della UE
aumenterĂ .
Il suo successo è dovuto in parte al cash europeo, in
parte alla determinazione spagnola di raggiungere i livelli europei. Ma oggi
questo successo cambierà la posizione della Spagna all’interno dell’Europa.
The Economist 4.11.06, pag.
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