(Rome va
céder le controre d’Alitalia, en grande difficulté)
Lo Stato Italiano venderĂ il
controllo dell’Alitalia mettendo in vendita la metà del 49,9% che possiede
ancora del capitale della compagnia di bandiera, conservando una partecipazione
inferiore al 30%.
La decisione, annunciata il 1°
dicembre, realizzerĂ la privatizzazione della societĂ . Alla fine del 2005 il
governo Berlusconi aveva giĂ ridotto la parte posseduta dallo stato a meno del
50% dal 62,3% per favorire un aumento del capitale di circa un miliardo di
euro. All’epoca l’azionista pubblico si era impegnato a non scendere sotto il
30%.
La procedura per la vendita si
farà entro gennaio 2007 attraverso un’offerta pubblica trasparente e non
discriminatoria. Il che vuol dire che Air France-KLM giĂ partner commerciali e
azionisti del 2% di Alitalia vi potrĂ partecipare.
La vendita di un quarto del
capitale sembra comunque un tentativo da parte italiana di evitare la fusione,
forzatamente sfavorevole, con il numero uno mondiale. Quest’ultimo aveva
iniziato delle discussioni esplorative con i dirigenti di Alitalia senza
nascondere che intendeva porre delle condizioni.
Il governo e i sindaci di Roma e
Milano, dove si trovano i piĂą importanti aeroporti italiani, moltiplicano gli
appelli per un investitore italiano. Si è parlato di Carlo Toto, proprietario
della compagnia Air One, di Roberto Colaninno (Piaggio) e di Carlo De
Benedetti. Per il Presidente della Confindustria, Montezemolo, bisogna
ripartire su basi completamente diverse, dopo venti anni di errori di gestione,
ingerenze politiche e mancanza di
chiaroveggenza sindacale.
La sostituzione dell’attuale
amministratore Cimoli è urgente secondo il ministro della solidarietà sociale,
Paolo Ferrero, che gli rimprovera di aver messa la societĂ in un stato
comatoso. Cimoli ha sempre difeso un ravvicinamento con Air France-KLM una
volta migliorati i conti.
Le
Monde 3.12.2006, pag. 10
(Mandelson defines rift in future of EU trade)
Un rapporto mette in questione il ruolo dell’industria
manifatturiera rispetto alle importazioni dall’Asia
Il Commissario al commercio
dell’UE, Peter Mandelson, mercoledì presenterà un rapporto nel quale si pone la
questione se i propulsori della futura prosperitĂ della UE debbano essere
considerati gli importatori di beni a basso costo piuttosto che i settori
industriali in quei paesi che sono rimasti non competitivi di fronte
all’afflusso di merci a bassa costo.
Il documento che si presenta
nella forma di 30 domande su possibili riforme delle regole del commercio
europeo, potrebbe aiutare grandi dettaglianti europei come Hennes & Mauritz
e marche di scarpe sportive che si approvvigionano a livello globale a mantenere
i loro vantaggi competitivi. Allo stesso tempo potrebbe porre un freno alle
dispute commerciali dei produttori del sud dell’Europa con esportatori più
competitivi come la Cina e il Vietnam.
Molti sono stati i cambiamenti
nell’economia globale, bisogna verificare se le regole del commercio dell’UE
tengono sufficientemente conto dell’outsourcing degli affari europei, dice il
documento che si chiama “Europa Globale”.
Mandelson, un sostenitore del
libero commercio, si è sentito frustrato dall’opposizione fra politici e uomini
d’affari dalla mentalità protezionista dell’Europa continentale e liberisti
dell’Europa del nord riguardo alle importazioni di beni a basso costo
principalmente dall’Asia. Lo scorso anno è stato fortemente criticato dai
dettaglianti dell’Europa del nord dopo aver imposto restrizioni alle
importazioni cinesi di reggiseno destinati a ditte come H&M che erano
stoccati nei porti attorno all’Europa. Quest’anno ha dovuto mediare un
conflitto dopo che i produttori di scarpe dell’Europa del sud hanno invocato i
dazi sulle importazioni di scarpe dalla Cina e dal Vietnam. Adidas e Puma si
sono opposti ai dazi sostenendo che si trattava di protezionismo e si sarebbe
risolto in un aumento dei prezzi per i consumatori.
Ora il commissario sta cercando di
evitare di trovarsi nuovamente in situazioni del genere.
Per rendere le norme europee piĂą
flessibili Mandelson pensa di sottoporre a discussione le sue idee a marzo del
2007.
Fra i punti in discussione ci
sarebbero:
1) dare
maggior peso agli interessi delle imprese che hanno delocalizzato parte della
loro produzione fuori dalla UE;
2) chiedere
alle imprese meno competitive di presentare dei piani di ristrutturazione prima
di beneficiare di tariffe protettive;
3) introdurre
i dazi gradualmente, per dare ai dettaglianti e imprenditori che si basano
sulle importazioni piĂą tempo per adattarsi;
4) imporre
tariffe antidumping per periodi piĂą brevi.
La proposta potrĂ apparire ai
paesi le cui imprese industriali fanno fatica a reggere la competitivitĂ
portata dalla globalizzazione come un premio a quelle che hanno delocalizzato e
messo fuori gioco l’industria tradizionale.
Paesi come l’Italia, colpita nel
tessile, nelle scarpe e nei mobili, hanno gridato forte che le importazioni
dall’Asia dovrebbero venir diminuite. Anche i produttori chimici e dell’acciaio
potrebbero trovarsi di fronte a protezioni inferiori rispetto alle importazioni
dall’Asia.
Secondo un’indagine tedesca,
metĂ delle persone intervistate sostengono che un commercio piĂą libero piĂą che
creare nuovi posti di lavoro ne sacrificherebbe.
L’influenza delle forze più
protezioniste in Francia Italia e Spagna diminuisce con l’Europa a 25 paesi, i
paesi dell’allargamento sono infatti più orientati verso un libero mercato.
Herald Tribune 5.12.2006, pag. 1