(Berlusconi riles Italy’s business leadership)
Berlusconi si è scontrato nel fine settimana con alcuni
dei maggiori industriali italiani, anche gli alleati della sua coalizione hanno
espresso sgomento per le sue esternazioni intemperanti.
Durante la conferenza della Confindustria, gli uomini
d’affari hanno fischiato e gridato “Vergognati!”quando Berlusconi ha detto che
devono essere pazzi a voler votare per l’opposizione di centro-sinistra.
Benché la Confindustria sia ufficialmente neutrale nella
campagna elettorale, i suoi dirigenti hanno detto senza mezzi termini che il
governo Berlusconi ha presieduto cinque anni di mediocre crescita economica e
modeste riforme strutturali.
(FT 20.3.06, pag.1)
(un commento di Wolfgagng Munchau)
I due opponenti nella campagna elettorale non offrono una
strategia economica coerente. Berlusconi offre la vecchia ricetta dell’offerta,
che però ha fallito sotto l’attuale governo. I problemi dell’Italia non si
posso risolvere con una semplice riduzione delle tasse. Berlusconi aveva
cercato di fare all’inizio qualche riforma del lavoro, ma senza successo, e
dopo si è concentrato su riforme che, secondo i critici, sarebbero servite ai
suoi interessi privati. Neppure Prodi offre una vera alternativa. Le sue
proposte – limitare i contratti di lavoro a termine, deregolamentare i servizi,
e ridurre il costo del lavoro – non risolvono i problemi dell’Italia
all’interno della zona dell’euro.
L’Italia ha bisogno di misure mirate che liberalizzino i
meccanismi di formazione dei salari e generino una maggiore crescita
produttiva. Una delle ragioni principali della perdita di competitività
dell’Italia è la persistenza dell’inflazione – la tendenza al continuo rialzo
dei prezzi dopo un’iniziale scossa inflazionistica. L’Italia è uno dei pochi
paesi all’interno della zona dell’euro capace di produrre un’inflazione
superiore alla media persino durante una seria recessione. Questo è dovuto in
una certa misura a un cattivo funzionamento del mercato del lavoro. L’aumento
degli stipendi è troppo spesso legato alla passata inflazione piuttosto che ai
cambiamenti nella produttività. Un altro problema è la tendenza delle imprese
italiane a stabilire i prezzi a intervalli meno frequenti degli altri paesi
industrializzati.
Sono questi i problemi che andrebbero affrontati. Ci
vorrebbe una grande coalizione tipo quella che governò la Germania fra il 1966
e il 1969, e che aveva l’unico scopo di realizzare le riforme. Ma questa
richiederebbe un complesso riassetto politico che andrebbe contro gli interessi
delle due coalizioni esistenti.
Mario Draghi ha sostenuto che il declino economico
dell’Italia si può arrestare. Ma il successo economico richiede un nuovo
approccio di politica economica.
(FT 20.3.06, pag. 11)
(EU unlikely to shed tears
for a defeated Berlusconi)
L’unico che potrebbe rimpiangere Berlusconi fra i capi di
governo europei è Tony Blair. L’appoggio all’invasione in Iraq lo ha
allontanato dagli alleati storici, Francia e Germania, per avvicinarlo alla
Gran Bretagna. Una vittoria di Prodi, d’altra parte, non farebbe fare salti di
gioia: pur considerato un migliore europeista, non si giudicano grandi le
possibilità che possa attuare un programma che risolva i problemi italiani alla
radice.
L’Italia è diventata sempre meno influente all’interno del
dibattito europeo. Berlusconi, per stile e inclinazione, non ha affrontato
efficacemente le principali questioni europee: il dibattito costituzionale, la
riforma economica, i futuri finanziamenti o la politica estera. “Roma è
irrilevante nella maggior parte delle discussioni. Ma Berlusconi ha creato
problemi con le sue dichiarazioni e la sua attitudine non diplomatica da uomo
di spettacolo. Ha fallito il compito più importante della presidenza italiana
della UE: negoziare un accordo sulla bozza della nuova costituzione. E’ toccato
al ministro irlandese portare a casa il risultato.
Il governo Berlusconi è stato il più euroscettico dei
governi italiani che si sono succeduti dal 1957. Un’altra ragione è lo scarso
coordinamento tra Roma e Brussel: i diplomatici italiani molto spesso non sanno
che posizione prendere sulle questioni europee perché non hanno indicazioni.
(FT 21.3.06, pag.4)