Il 13 e 14 febbraio, si sono
riuniti, a Roma, i ministri dell’economia degli Stati Uniti, Giappone,
Germania, Inghilterra, Francia, Italia e Canada per discutere delle strategie
comuni volte ad affrontare le sfide della crisi globale attuale. Alla fine non
è stato definito alcun piano strategico. I paesi coinvolti si sono trovati
concordi nel condannare le misure economiche protezionistiche e sulla necessità
di dar vita ad un nuovo ordine economico fondato su un rinnovato codice
regolamentare, che possa ostacolare i “paradisi fiscali” e i fondi speculativi.
Attenzione particolare è stata rivolta alla Cina, il cui governo ha ricevuto il
plauso di tutti i partecipanti per via del piano nazionale di rilancio da 455
miliardi di euro e per il suo impegno a rendere più flessibile il tasso di
cambio che permetterà allo yuan di proseguire il suo apprezzamento. Dal canto
suo, il ministro del commercio cinese non ha nascosto le sue preoccupazioni per
le misure protezioniste adottate da alcuni paesi. La denuncia era diretta al
“Buy american Act” approvato dagli Stati Uniti. Quello che è avvenuto il 14
febbraio a Roma è stato insomma una semplice dichiarazione di principi che
dovranno essere sviluppati in occasione del G20 di Londra, ad aprile, che
riunirà i principali attori economici del pianeta, tra i quali anche la Cina,
l’India e il Brasile.
Da quando è iniziata la crisi
economica, due pensieri contrapposti tentano di spiegare il male generatosi nel
sistema finanziario mondiale. Secondo alcuni analisti la crisi è la conseguenza
di un esteso senso di panico, mentre per altri si tratta essenzialmente di una
questione di insolvibilità.
Il primo punto di vista spiega
che i prezzi degli “assets tossici” sono scesi oltre il loro valore a lungo
termine e sono ormai impossibili da vendere. Per far fronte al problema, i
governi nazionali dovrebbero, pertanto, acquisire questi assets, oppure fornire
adeguate garanzie alle banche contro le perdite. Il secondo punto di vista
sottolinea invece come un numero rilevante di istituti finanziari,
presenterebbe debiti che non sono solvibili. Il Fondo Monetario Internazionale
stima che le perdite legate ai crediti americani ammontino a 2200 miliardi di
dollari (1713 miliardi di euro). La fortuna per gli Stati Uniti è che le
perdite si produrranno, per quasi la metà, nei paesi stranieri. Gli istituti
bancari americani tuttavia non saranno immuni dalle ricadute negative.
Il piano di salvataggio
proposto il 10 febbraio dal Segretario americano al Tesoro, Tim Geithner,
sarebbe idoneo nel caso in cui esistesse esclusivamente un problema di
liquidità. In realtà, ogni programma di garanzia o di acquisto di assets
tossici è un modo inefficace ed ingiusto di salvare istituti bancari che hanno
fallito ed individui che hanno acquisito assets tossici. L’amministrazione
Obama, contraria alla nazionalizzazione, vuole evitare perdite per gli
azionisti e non chiedere altri soldi al Congresso. Ma in questo modo le azioni
previste dal piano di rilancio sembrano “mettere una toppa” anziché porre le
basi per un rilancio del sistema finanziario americano.