(Le microcrédit, un util financier nécessaire mais
fragile)
Prestare i soldi ai poveri conviene economicamente. Non è
un gesto filantropico.
Il conferimento del premio Nobel per la
pace a Muhammad Yunus mette in luce la maggiore innovazione sociale e
finanziaria degli ultimi trenta anni: il microcredito. Questo permette alle
persone non abbienti che non hanno accesso alle banche di sviluppare delle
attività economiche. Questo consente a rendere popolare l’idea che non si presta
solo ai ricchi, ma comporta tre derive che è bene tenere presenti per evitare
il naufragio.
La prima è la deriva della comunicazione. Questa si
traduce nella tentazione di chiamare microcredito tutti i prodotti finanziari a
basso importo, che si tratti di crediti, di garanzie o di fondi propri
radunandoli sotto la bandiera altisonante della Grameen Bank. Peggio ancora,
porta a chiamare microcredito l’azione della comunicazione stessa o l’azione di
consiglio presso le istituzioni di microfinanza senza effetto diretto per le
popolazione che ne dovrebbero beneficiare. Questo determina una grande
confusione: non si sa più di cosa si parla, quando si promette allo stesso
tempo lo sradicamento della povertà attraverso un solo strumento reputato
magico.
La seconda è la deriva umanitaria che tende a vedere il
microcredito solo attraverso il prisma sociale dimenticando che il credito fa
parte dell’universo dello scambio e non di quello del dono. E’ questa volontÃ
di inscriverlo in una logica finanziaria, che permette di coprirne
progressivamente i costi, che autorizza a progettare la sua estensione. Da
questo punto di vista, lo sconto degli interessi o l’abbandono del debito sono
in termini disastrosi, perché rimettono in questione il meccanismo stesso del
credito. E’ di gran lunga preferibile praticare separatamente il credito e il
dono, avendo ciascuno le sue virtù e le sue giustificazioni.
La terza, infine, è la deriva finanziaria. In un paese
industrializzato dove la protezione sociale e la complessità dell’ambiente
rendono la creazione di un’impresa più difficile che altrove, il microcredito è
oggi un’attività deficitaria, e questo tanto più per il fatto che la creazione
di un’impresa in Francia ad esempio esige un accompagnamento professionale.
Per conservare il potenziale del microcredito in materia
di crescita, di coesione sociale e di futuro mercato per le banche, è urgente
definire con chiarezza quello che è effettivamente microcredito da quello che
non lo è. E’ indispensabile valutarne sistematicamente i risultati per
orientare il sostegno dei poteri pubblici e delle imprese socialmente
responsabili verso azioni il cui impatto sulle popolazioni interessate sia
incontestabile e il cui costo sia ben controllato. Solo a queste condizioni,
sarà possibile creare in Europa, al di là della campagna mediatica, un settore
finanziario aperto a tutti.
Le Monde 13.12.2006, pag. 25