(Prodi “vampire” taxes attacked)
Il governo di centro-destra, che cerca di evitare la
sconfitta alle prossime elezioni, ha paragonato la coalizione di opposizione di
centro-sinistra a “vampiri” che succhiano il sangue dei risparmiatori.
I sostenitori di Berlusconi affermano che il
centro-sinistra ha imposto tasse su tasse quando ha governato l’Italia dal 1996
al 2001, e che si prepara a farlo ancora. L’attacco alla politica del
centro-sinistra sulle tasse dimostra che il centro-destra lo considera il modo
migliore per ottenere una vittoria inattesa. Berlusconi ha già dichiarato che
gli investitori stanno mandando i capitali all’estero perché non gli piace la
proposta di Prodi di alzare le tasse su alcuni buoni e rendimenti azionari.
Prodi dal canto suo ha sottolineato che non intende alzare
le tasse sui buoni del tesoro in circolazione, ma solo sui nuovi, e che
l’aliquota passerà dal 12.5% al 19% o 20%.
Il centro-sinistra propone il taglio del costo del lavoro
di cinque punti, che dovrebbe rilanciare la competitività e la domanda interna
riducendo i contributi dei datori di lavoro al welfare e aumentando la busta
paga. Il taglio sarà finanziato dalla lotta all’evasione fiscale, dal
contenimento della spesa pubblica al tasso di crescita del Pil, e dalla riforma
delle tasse.
Berlusconi propone una serie di iniziative per la
riduzione delle tasse, come l’esenzione degli straordinari dai contributi o la
riduzione delle tasse in caso di reinvestimento dei profitti.
Il centro-destra non ha dato indicazioni dettagliate su
come finanzierebbe le sue proposte fiscali, ma ha suggerito che farà
affidamento su una maggiore crescita economica, su misure più forti di lotta
all’evasione fiscale e la vendita di proprietà dello stato.
(FT, 31.3.06, pag.2)
(Europe is winning the war
for economic freedoms)
Le libertà economiche, nella stessa misura delle altre
libertà, sono eternamente vulnerabili, specialmente quando i governi sono
deboli o inclini al populismo. Le “quattro libertà” che puntellano il progetto
di Integrazione Europea, ovvero la libera circolazione di beni, servizi ,
lavoro e capitale, non sono da meno.
Come conseguenza della bocciatura della costituzione
Europea nei referendum in Francia e Olanda a metà 2005, il mercato unico
dell’Unione Europea poteva apparire a rischio nel caso in cui gli stati membri
avessero interpretato i voti come un rifiuto alla liberalizzazione. Il fallimento
di molti governi degli Stati membri nell’applicazione delle riforme e gli
sforzi recenti di tre governi per evitare acquisizioni straniere, hanno
aumentato i timori che l’integrazione del mercato Europeo potesse fare marcia
indietro dopo mezzo secolo di (instabili) progressi.
L’evidenza non da sostegno a questa conclusione. Prendiamo
in considerazione in primo luogo la libera circolazione di capitali. Solo una
manciata di affari transfrontalieri hanno attirato l’indesiderata attenzione
dei governi a differenza di altre migliaia. Nel 2005, quasi 5000 imprese
europee sono state acquisite da aziende non nazionali. Ciò ha rappresentato un
incremento del 2/3 rispetto al 2003 ed include settori, quali l’energia, che
hanno fino a tempi recenti visto limitate fusioni di corporazioni pan-Europee.
Ulteriori ristrutturazioni saranno facilitate, almeno entro un certo limite,
quando nel Maggio prossimo entrerà in vigore una nuova direttiva sulle
acquisizioni.
Ciò riflette un equilibrio di forze a metà fra l’obsoleto
interventismo e la liberalizzazione del mercato. Quest’ultima non solo è più
forte ma lo sta diventando sempre di più. Le imprese stanno diventando più
decise nell’esercitare il proprio diritto di muovere liberamente il capitale
all’interno dell’UE. La Commissione Europea ha visto il proprio potere
regolatore rafforzato e non è stata mai così pronta nel richiamare gli stati
membri che contravvengono o distorcano le regole.
I governi UE che si oppongono in linea di massima a
interferire nelle ristrutturazioni aziendali sono più numerosi di quelli che
vogliono ricorrere a tali tipi di azioni.
Oggi non vi sono ragioni intellettualmente rispettabili a
difesa del protezionismo. Ciò è in contrasto con lo spirito del 1914, evocato
di recente da Giulio Tremonti, Ministro italiano delle Finanze. Le decadi di
catastrofi globali succedute a quella data e causate in parte dal
protezionismo, ed il successo dell’ordine liberale nel dopo guerra (1945),
lasciano coloro che hanno istinti protezionistici nella non confortevole
posizione di difendere l’indifendibile.
Di conseguenza, le forze a favore del protezionismo non
riescono a evitare una più libera circolazione di beni e servizi. Le
importazioni nell’UE continuano a crescere fortemente. Nel 2005 vi è stata
un’impennata, con 15 dei 25 stati membri che hanno registrato un record nelle
importazioni in termini di percentuale del PIL.
L’aumento delle importazioni si spiega in parte con
l’emergere della Cina in qualità di superpotenza esportatrice. Sebbene la
crescita del gigante asiatico sia stata intralciata dal ritorno occasionale
della UE a misure protezionistiche (es. reimposizione di quote sui tessili
dalla Cina), ciò equivale a poco più che un timido tentativo. La Cina nel 2006
sta per superare gli USA come il più grande fornitore di beni dell’Europa dopo
anni di crescita a doppia cifra delle esportazioni verso l’UE.
La tendenza all’apertura del mercato nelle relazioni
commerciali bilaterali dell’UE è rispecchiata anche a livello multilaterale.
Durante l’incontro interministeriale del WTO del Dicembre 2005, la UE ha
concordato di eliminare gradualmente gli aiuti alle proprie esportazioni
agricole e ha accettato che i dazi su tali beni debbano ulteriormente
diminuire.
Anche il commercio dei servizi in Europa sta crescendo, nonostante
misure che in qualche modo intralciano gli approvvigionamenti transfrontalieri.
Nonostante la direttiva servizi sia stata annacquata, rappresenta tuttavia un
significativo passo verso una maggiore liberalizzazione.
La libertà di lavorare in altri stati membri è stata
parzialmente negata ai cittadini provenienti dai 10 nuovi stati membri in
occasione dell’allargamento (maggio 2004). Questo è stato il caso più lampante
di protezionismo nella UE degli ultimi anni. Ma anche in questo caso vi sono segnali
positivi. I tre Stati membri che hanno consentito il totale accesso dei
lavoratori dai 10 nuovi Stati (Irlanda, Svezia e Gran Bretagna) non mostrano
segni di voler invertire la propria decisione e tre altri Paesi (Finlandia,
Spagna e Portogallo) si sono impegnati a estendere la libertà ai nuovi per il
2006.
Nulla di tutto ciò equivale a dire che il mercato unico
dell’Unione Europea non sia fragile. I rischi di protezionismi opportunistici
sono sempre presenti ed è necessario essere vigilanti. Tuttavia l’evidenza
dimostra che l’Europa continua ad andare nella giusta direzione, nonostante
possa essere lenta ed esitante.
(FT, 31.3.06,
pag.11)
(Immigration
reform enters crucial stage in
Senate)
Il problema della forza lavoro costituita dagli immigrati
è al centro del dibattito di tutti i
paesi avanzati
Animi infiammati nel fine
settimana a New York dove hanno manifestato
migliaia di persone che
protestavano contro il nuovo progetto di legge sull’immigrazione presentato dai
repubblicani.
Il senatore McCain è intervenuto
a favore di questa seconda versione per il Senato, asserendo che molti
emigrati potranno avere molte più
possibilità di divenire cittadini americani ma che il consenso della
maggioranza del senato è ancora dubbio.
Infatti
la versione in discussione, diversa da
quella passata alla camera dei deputati molto più restrittiva, prevede
controlli molto serrati alla frontiera
con il Messico, ma contempla per 400
mila lavoratori di origine immigrata,
alcuni percorsi di inserimento come l’apprendimento dell’inglese o la permanenza sul suolo USA di almeno 11
anni.
Molti
senatori ritengono che questi provvedimenti, pur riguardando soltanto 400 mila
persone, una minoranza dei milioni di lavoratori stranieri, costituirebbe una
sorta di amnistia, e ritengono che il
primo passo contro l’immigrazione illegale è costituito dalla costruzione del
muro sul confine messicano.
Il muro
sarebbe una barriera fisica in lunghi
tratti e aerea, o di altri tipi ancora da definire, in altri. Conciliare le due versioni del progetto di
legge non sembra facile. Il senatore Durbin, del partito democratico, sostiene
che la differenza tra le due versioni della proposta di legge sembra inconciliabile e che il Congresso
dovrà tenere conto che ci vorranno decisioni ben più civili ed efficaci di un
muro per gestire i lavoratori immigrati che costituiscono la stragrande
maggioranza della forza lavoro degli Stati Uniti.
Sabato
prossimo a New York un’altra manifestazione. Un catena di sostenitori delle
battaglie per i diritti umani formeranno una lunga catena che attraverserà il
ponte di Brooklyn.
(FT, 3.4.2006, pag. 3)
(Berlusconis
Erbe)
Chiunque vinca le elezioni in Italia, avrà una pesante
eredità. Sotto il governo quinquennale di Berlusconi l’economia ha avuto una
crescita irrilevante, nel 2005 solo dello 0,1 percento. L’indebitamento statale
è elevato e la competitività delle imprese a livello internazionale è sempre più
bassa. La scorsa settimana la classifica della produttività dell’OECD ha
collocato l’Italia all’ultimo posto dei 30 paesi membri.
Milano - Matteo Radaelli, economista della Rasbank di
Milano, Edward Teather, economista della UBS, e l’Agenzia Standard & Poor,
sottolineano come il prossimo governo italiano dovrà impegnarsi seriamente per
una maggiore produttività e competitività, e per abbassare il costo del lavoro
e il debito pubblico. Come la Germania, anche l’Italia ha contravvenuto ai
criteri del patto di stabilità europeo ed entro il 2007 dovrà rientrare nei
limiti del tre percento.
Mentre alla fine dell’anno 2005, il governo aveva previsto
un deficit del 3,5% per il 2006, venerdì scorso il Sole 24 ore e altri media
italiani hanno riferito di documenti del ministero delle Finanze che innalzano
il deficit previsto al 3,8%. Una correzione non nuova secondo Brian Coulton,
analista dell’agenzia Fitch, che rileva come negli anni scorsi l’Italia abbia mediamente sottovalutato il proprio
deficit dell’1,3%.
Le cause della debolezza economica in Italia sono in parte
diverse rispetto alla Germania. Gli analisti della UBS sostengono che in Italia
responsabile della situazione sia l’export debole piuttosto che la scarsità
della domanda interna; ciò dipende da una parte dal fatto che l’Italia esporta
principalmente in zona Euro, in paesi che soffrono anch’essi di una crescita
limitata; dall’altra i salari nominali sono aumentati a fronte di una scarsa
produttività, senza che questo stimolasse la domanda interna, dato che
contemporaneamente i prezzi in Italia sono saliti in modo più considerevole
rispetto agli altri paesi dell’Euro. Inoltre si aggiunga il fatto che in Italia
le PMI sono presenti in settori che soffrono particolarmente la concorrenza con
l’estremo oriente.
I maggiori successi del governo Berlusconi si sono avuti
nel campo della lotta alla disoccupazione. Con regole del mercato del lavoro
più flessibili la quota dei senza lavoro ha avuto una forte diminuzione.
Secondo i dati dell’Istat nello scorso anno la percentuale si è ancora
abbassata, dall’8 al 7,7%. Quest’ultima diminuzione però è da imputare secondo
l’Istat ai molti posti di lavoro a tempo parziale e alla legalizzazione degli
immigrati clandestini.
Ai commenti favorevoli della Deutsche Bank, che si congratula
per il settimo regresso consecutivo dell’indice di disoccupazione, fa eco la
Bank of America, che riconduce il successo non solo all’attuale governo, ma
avverte che questo è il risultato delle riforme del mercato del lavoro messe in
cantiere a metà degli anni ’90. E la Rasbank sottolinea che i molti contratti
di lavoro precari portano all’insicurezza e quindi alla rinuncia ai consumi.
Per le elezioni i temi della situazione economica, della
crescita dei prezzi e della disoccupazione sono in cima alla lista delle
priorità. Gli economisti non danno però alcun chiaro segnale su chi davvero
potrà far avanzare l’economia. Pesa tanto di più la domanda se una futura
coalizione di governo avrà mai la forza e l’autorevolezza per imporsi. “Il
risultato delle elezioni è incerto come la stabilità dopo le elezioni” mette in
guardia Teather dell’UBS
(Handelsblatt, 3.4.06)