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- L’Italia in cammino verso la
prossima crisi
(Italien auf dem Weg in die
nächste Krise)
Il commento da Roma sulla
posizione di Prodi, che si deve disporre al voto di fiducia del Senato, rivela
come ai comunisti e ai verdi spiaccia molto di più il pensiero di un ritorno di
Berlusconi al potere rispetto alla
politica estera del governo attuale sull’Afghanistan.
Sarebbe dunque a motivo del
rischio della perdita di potere, e del comune nemico Berlusconi, che la
coalizione si sarebbe ricompattata: rimanendo però eterogenea come prima.
Il programma iniziale della coalizione,
contraddittorio e utopistico, è stato ora riformulato. I dodici, sintetici punti sono però
interpretati dai partner del governo secondo il proprio gusto personale: sono
dunque già programmati i prossimi motivi di disaccordo: sul prolungamento
dell’impegno in Afghanistan, sulla costruzione di un collegamento ferroviario
veloce con la Francia, sulla riforma delle pensioni. Sembra difficile evitare
che nei prossimi mesi al Senato, la seconda camera del Parlamento, si verifichi
un incidente di percorso come nella scorsa settimana.
L’Italia sembra dunque tornare,
secondo il commentatore, alla vecchia instabilità e alle vecchie abitudini,
quelle che gli italiani volevano lasciarsi indietro dopo la fine della
cosiddetta “prima repubblica” , annegata nei primi anni novanta nel mare delle
inchieste per corruzione. Rispetto ad allora c’è oggi la possibilità di un
cambiamento di direzione tra destra e sinistra, e il giorno dopo le elezioni si
conosce già chi sarà il premier.
Tuttavia, gli scorsi quindici
anni non hanno portato maggiore stabilità o capacità decisionale. I politici
italiani sono stati uniti, solo per pochi anni, dall’obiettivo comune di
entrare nei parametri necessari per
l’unione monetaria europea, ed evitare così crisi finanziarie della
portata di quelle argentine. Adesso i governi cadono senza più la
preoccupazione di ripercussioni a livello monetario o di indebitamento dello
Stato.
I tanti piccoli e piccolissimi
partiti che in Italia possono fare da ago della bilancia, che chiedono
attenzione e vogliono esprimersi su tutti i temi nei telegiornali, prendono
spazi sproporzionati alle loro dimensioni, e intanto i problemi reali del Paese
restano al palo.
Il circolo vizioso di instabilità e
incapacità politica può essere rotto solo se a breve viene ridotto il numero dei partiti in parlamento e se il primo
ministro ottiene più potere. Il primo obiettivo sembra già più vicino, dato
che è ormai chiaro che a una nuova
crisi di governo seguirebbe una sorta di “grosse Koalition”. Dipende se tale
governo sarebbe in grado di modificare la legge elettorale a favore dei partiti
più grandi. In tal modo le coalizioni di governo, alle prossime elezioni, non
dipenderebbero più da partiti con lo 0,1 % dei voti, e sarebbe più facile
costruire grandi partiti popolari in entrambi i campi.
In tutto questo, il premier
resta troppo debole per governare; non può dare direttive e non può licenziare
un ministro che non rispetti la linea prevista. Per ironia della sorte, Prodi
potrebbe meglio governare se la riforma costituzionale di Berlusconi non fosse
stata rifiutata dalla sinistra come opera del diavolo. Una riforma
dell’apparato statale resta inevitabile, e Luca di Montezemolo, a capo della
Ferrari e presidente dell’associazione degli industriali, sostiene che il
sistema politico italiano è come una vecchia macchina da corsa, che ha bisogno
di una totale revisione. Se no, anche se si cambia il pilota, resterà sempre
dietro alle altre.
Di Tobias Piller, da Roma
(Dal
sito web della Frankfurter Allgemeine Zeitung, 26 febbraio 2007)
(Entre Russie et Chine, la Mongolie cherche un “troisième
voisin”)
Il Presidente Mongolo, Nambaryn
Enkhbayar, in visita a Parigi ricorda l’impegno del suo paese in Iraq dove è
presente con 130 uomini; considerando che il totale degli abitanti è di 2
milioni e mezzo di persone, risulta uno dei maggiori contribuenti per numero di
abitanti. Un contributo dovuto, sostiene il presidente, perché al momento della
transizione della Mongolia all’economia di mercato e alla democrazia ha
ricevuto l’aiuto di USA e Giappone.
Stretto fra la Russia e la Cina,
è più che naturale che il paese cerchi di diversificare il sostegno esterno. A
differenza di altre repubbliche dell’Asia Centrale e di Russia e Cina, la
Mongolia nonostante la povertà e la corruzione è una democrazia. Con la fine
del regime comunista nel 1990 ha avviato rapporti privilegiati con il Giappone,
gli USA, la Corea del Sud che gli forniscono il grosso degli aiuti allo
sviluppo (ben 3500 Ong sono all’opera nel paese). L’India è un vicino ma di
natura spirituale per via della comune religione buddista. La Mongolia ricca di
risorse minerarie – carbone, rame, uranio – auspica che l’impresa francese
Areva sigli un accordo di sfruttamento dei siti di uranio, e pensa anche di
dotarsi in avvenire di una centrale nucleare.
(Le
Monde, 23 febbraio 2007, pag. 6)