(Lights out? How Europe
is trying to fix a power failure)
Negli ultimi anni, i presupposti di una crisi energetica
europea si erano già manifestati (ad esempio il black out in Italia nel
Settembre 2003), ma i politici europei li hanno ignorati fino a quando la
decisione della Russia di bloccare la fornitura di gas in Ucraina e le
conseguenze sofferte nel resto d’Europa, non ha forzato l’UE a mettere la
vulnerabilità energetica in cima alla propria agenda.
La debolezza dell’Europa, obbligata alla fornitura di
energia dall’esterno, è stata accentuata dal fallimento dei politici europei di
creare un mercato unico energetico, con prezzi minori e maggiore scelta. Il
settore risulta al contrario frammentato in linee nazionali. I gestori
nazionali, che controllano sia la produzione che la distribuzione di gas ed
energia, sono spesso salvaguardati dalla libera concorrenza. Ad esempio, EDF
controlla l’85% del mercato francese dell’energia, mentre Electrabel, proprietà
della franco-belga Suez, fornisce un ammontare simile. In Germania 4
gruppi (Eon, RWE, EnBW e la svedese Vattenfall) controllano il 70% delle
produzione e fornitura di elettricità.
Allorquando
imprese europee hanno tentato acquisizioni transfrontaliere si sono spesso
arenate: ad esempio, la Francia ha frustrato il tentativo di acquisizione di
Suez da parte dell’italiana Enel.
L’energia
e i trasporti sono le ultime grandi frontiere del progetto di mercato unico
europeo, aree ritenute troppo sensibili a livello nazionale per essere
considerate oggetto di una totale liberalizzazione.
Al contrario, l’attuale Presidente della Commissione
Barroso considera la liberalizzazione del mercato energetico un caso più unico
che raro, capace di unire i liberi attori del mercato e gli integrazionisti
dell’UE, che vedono una strategia energetica comune come un passo ulteriore
verso un’unione più stretta.
La Commissione dovrà utilizzare i propri poteri di controllo della concorrenza per fronteggiare il protezionismo imperante nel mercato dell’energia. Oltre alle recenti messe in mora di numerosi Stati Membri, colpevoli di non aver messo in pratica il pacchetto energia, la Commissione rivedrà le direttive sull’energia per verificarne la funzionalità .
Il
Presidente Barroso è consapevole che nonostante il potere normativo della
Commissione, l’esecutivo europeo necessita di una copertura politica.
Nonostante il grande sostegno del cancelliere tedesco Angela Merkel e le
aperture verso il progetto di liberalizzazione di Gran Bretagna, Italia,
Olanda, dei paesi nordici e di molti nuovi stati membri, nella realtà notevoli
ostacoli di carattere pratico devono essere superati per la creazione di un
mercato energetico paneuropeo. Uno dei maggiori ostacoli è rappresentato dalle
infrastrutture: i collegamenti elettrici transfrontalieri sono spesso fragili,
costruirne di nuovi è costoso e il più delle volte significa affrontare
l’opposizione ambientalista. Spesso inoltre i collegamenti esistenti sono
congestionati.
Altro problema logistico consiste nel fatto che ognuno dei
25 Stati membri ha differenti codici per l’utilizzo delle reti energetiche e
sono riluttanti a creare un regolatore unico Europeo.
Il mercato soffre inoltre della mancanza di trasparenza che rende difficile conoscere quanto sia disponibile per acquisti momentanei piuttosto che essere costretti a sottoscrivere forniture a lungo termine.
Vi sono infine ancora molti politici degli Stati membri
che credono che la garanzia di approvvigionamento energetico sia troppo
importante perché sia lasciata alla gestione di gruppi energetici di proprietà
straniera e alla mercé di un mercato imperfetto.
(F.T. 5.4.2006, pg.11)
Unicredit, che progetta di fondere BPH
con Pekao per creare il più grande istituto di credito della Polonia, nega di
aver infranto l’accordo
I
quattro maggiori produttori di vino europei – Francia, Italia, Spagna e
Portogallo – si sono coalizzati per influenzare i negoziati relativi alla
riforma delle norme che regolano gli aiuti al vino della Ue. I quattro paesi,
che rappresentano l’80% della produzione di vino europea, hanno scritto un
memorandum congiunto che sarà presentato alla Commissione la settimana
prossima. Essi sostengono la necessità di migliorare la qualità e la
commercializzazione del loro vino per recuperare quote di mercato dai nuovi
concorrenti, ad esempio Australia e Cile. Vogliono inoltre mantenere la pratica
controversa della distillazione di crisi (secondo la quale il vino in eccesso
viene trasformato in combustibile e in alcol industriale) come strumento
principale per eliminare le eccedenze. Il Commissario all’agricoltura della Ue,
Mariann Fischer Boel, presenterà a giugno la sua nuova proposta, e si dice che
sia per l’eliminazione delle eccedenze di vino e in favore di nuove norme per
eliminare i vini di bassa qualità. Sarebbe inoltre contraria al mantenimento
della distillazione di crisi. Le precedenti riforme del 1999 non avevano fatto
molto per eliminare le eccedenze e la perdita di quote di mercato. La Ue
rappresenta il 60% della produzione mondiale ma i consumi interni sono
diminuiti e le esportazioni non sono al passo con quelle di paesi emergenti
come Cile e Australia.
(FT, 3.4.06, pag.3)
(Roman evasion: how a
diminished Italy is enduring an electoral dialogue of the deaf)
I programmi economici delle due coalizioni che si
confronteranno nelle prossime elezioni di domenica non affrontano alcuni punti
cruciali, primo fra tutti, come aumentare la produttività del paese e
ripristinare la sua competitività internazionale. La questione è infatti politicamente
molto sensibile, poiché l’ovvia risposta sarebbe imporre il contenimento dei
salari, una misura estremamente impopolare, ma perseguita con grande successo
dalla Germania fin dal lancio dell’Euro.
Le lacune e le ambiguità nei programmi elettorali dei due
campi riflettono anche le loro incerte identità, in quanto ampie coalizioni di
partiti distinti e spesso in contraddizione l’uno con l’altro. La natura
frammentaria dei due campi riflette tensioni storiche e culturali della società
italiana: destra contro sinistra, cattolici contro laici, nord contro sud,
ricchi contro meno ricchi, città contro campagna. Qualunque sia il risultato
elettorale queste divisioni permarranno.
La campagna elettorale è poco edificante e soprattutto non
affronta i problemi economici di fondo del paese. L’Italia è ancora un paese
ricco per gli standard internazionali, continua a esportare beni di lusso e è
membro del G8. Ma i segnali di stagnazione economica sono indubbi.
L’Italia ha realizzato un Pil inferiore alla media degli
altri dodici paesi dell’area euro per molti anni di seguito. Il debito pubblico
ammonta al 106% del Pil e l’anno scorso è aumentato ancora per la prima volta
dal 1994. Il governo spende il 4,6% del Pil per servire il debito, soldi che in
altre circostanze potrebbero venir investiti nell’istruzione, nella ricerca, e
nelle infrastrutture. Secondo un economista della Morgan Stanley, Vincenzo
Guzzo, “I dubbi sulla capacità dell’Italia di vivere e prosperare nell’unione
monetaria europea derivano dall’interazione di tre fattori: bassa crescita,
forte debito e bassa demografia”.
(FT 4.4.06, pag.13)
(Kurdish unrest. Three killed in Turkish protests)
L’entrata della Turchia
in Europa, un mercato vasto e strategico per i rapporti della UE con il
mediterraneo ed il medio oriente, ha molti ostacoli da superare. Al
riconoscimento da parte della Turchia del genocidio degli armeni, si aggiunge
lo scottante e irrisolto problema della popolazione di origine curda,
misteriosamente trascurato dalla Commissione europea.
Migliaia di curdi hanno manifestato in questi giorni nel
sud-est turco e ad Istanbul e altre tre
persone, che si aggiungono alle quindici, fra cui alcuni bambini, della scorsa
settimana sono state uccise dalla polizia.
I disordini sono scoppiati ai funerali di quattordici
guerriglieri morti in uno scontro con l’esercito, dopo che la cerimonia era
stata proibita.
Gli analisti politici più accreditati sostengono che la
grave situazione riflette lo stato di
povertà e di disoccupazione delle regioni del Kurdistan turco, aggravato
dal fatto che le poche concessioni fatte ai 25 milioni di curdi, come per
esempio la possibilità di parlare la loro lingua senza rischiare il
carcere, ancora non garantiscono una
reale autonomia della popolazione.
La protesta è ormai estesa nei quartieri curdi della
capitale e in altre località dell’Anatolia orientale, da molti decenni
presidiata militarmente e al centro di
un sistema di abusi.
Le televisioni e i giornali turchi mostrano lanci di
pietre contro blindati e poliziotti che
sparano ma il governo rifiuta ancora
una volta il confronto con le rappresentanze curde.
(FT 4.4.06, pag.3)
6. Oscillamento della Turchia.
Una mezza luna che potrebbe anche calare.
(Turkey’s wobble.
A crescent that could also
wane.)
Anche gli estimatori del
primo ministro turco, islamico moderato, stanno iniziando a preoccuparsi per il
crescendo delle sue spregiudicate tattiche politiche.
Il capo del governo turco, Recep Erdogan, è al centro di
troppe polemiche. E’ criticato dall’Unione Europea per i cattivi rapporti con
Cipro e da forze interne che deplorano lo strapotere dell’esercito, soprattutto
per quanto riguarda la violenza contro la numerosa popolazione curda.
Temi essenziali per la credibilità della Turchia a cui si
aggiunge la situazione economica priva
di stabilità. I problemi aumentano se si tratta del Fondo Monetario Internazionale che è in cattive relazioni con il
capo della banca centrale legato alla finanza islamica, Adnan Buyukdeniz.
A questo si aggiunge l’acceso dibattito sulla tassa sulle
esportazioni tessili e l’aumento dei salari nel settore pubblico.
Il direttore del Fondo Monetario Internazionale ha
dichiarato che il debito della Turchia è troppo elevato e l’inflazione cresce
con un ritmo che rende l’intera economia del paese fragile.
Il record nel settore turistico e la buona qualità degli
investimenti a breve termine sono per ora l’unica reale risorsa di cui dispone
la Turchia. A proposito delle relazioni
con l’Europa, la Commissione chiede l’apertura di porti e aeroporti con Cipro,
ma Erdogan vuole prima la cessazione dell’embargo sulle zone turche a nord
dell’isola. Infatti molti osservatori affermano che la UE ostacola il normale
andamento degli affari interni del paese e sostengono il primo ministro nelle
sue politiche di avvicinamento alle organizzazioni internazionali africane ed
arabe. I rapporti con rappresentanti palestinesi hanno contrariato, oltre
Israele, anche gli Stati Uniti che, comunque, hanno un particolare interesse a
quella regione per la sua collocazione strategica e mantengono basi militari
sul suolo turco. Molti ritengono che, il modo più facile per vincere le
elezioni del prossimo anno, è legato ad una diminuzione delle tasse e ad una
maggiore capacità di spesa unite, in larga parte dell’opinione pubblica, ad una
posizione di distacco dagli interessi americani. Le violenze dell’esercito e la
presenza di gruppi armati nel sud-est curdo dovranno prima o poi essere affrontati
perché si affermi una democrazia vera e un allineamento con gli parametri
europei.
(The economist, Aprile 1-7,
pagg.27-28)