Contratti a termine: maggiore flessibilità favorisce opportunità di lavoro

Un'analisi di Confcommercio sugli effetti dei contratti a tempo determinato

Contratti a termine: maggiore flessibilità favorisce opportunità di lavoro

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22 luglio 2013
142/2013

 

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Roma, 22.7.2013

 

 

Un'analisi di Confcommercio sugli effetti dei contratti a tempo determinato

 

CONTRATTI A TERMINE: MAGGIORE FLESSIBILITA' FAVORISCE OPPORTUNITA' DI LAVORO

 

 

Negli ultimi 15 anni l'occupazione dipendente è cresciuta grazie anche all'introduzione di forme contrattuali flessibili; in questo arco di tempo, l'utilizzo dei contratti a tempo determinato in Italia è andato di pari passo con quelli a tempo indeterminato con una quota che si è mantenuta stabilmente tra l'11% e il 13% del totale degli occupati; la percentuale dei contratti a termine nel nostro Paese è inferiore alla media europea e a quella dei principali paesi; la Germania, in particolare, utilizza il doppio dei contratti a tempo determinato rispetto all'Italia che diventano addirittura il quadruplo nel caso dei giovani tra i 15 e i 24 anni. In sintesi, il contratto a termine ha un andamento costante da molti anni, le imprese non ne hanno abusato e i valori di utilizzo sono assolutamente coerenti con quanto avviene in tutta Europa. Tutto ciò dimostra che la maggior flessibilità non crea precarietà e che la crescita dell'occupazione è più sostenuta in un mercato del lavoro che consente l'accesso anche attraverso forme contrattuali flessibili. In tal modo infatti oltre a favorire in generale la propensione ad assumere, si favoriscono anche occasioni di lavoro e assunzioni che, in assenza di strumenti contrattuali a termine, non sarebbero proprio attivate, alimentando così la disoccupazione. In questo quadro di analisi, dunque, è in linea la proposta unitaria delle rappresentanze d'impresa di attuare una sperimentazione per consentire alle imprese di assumere a termine per tre anni senza indicare la causale. Un modo per sbloccare opportunità occupazionali e per provare anche a dare occasioni alle imprese e anche a chi a chi oggi è magari a casa senza lavoro. E' auspicabile che il Governo prenda atto che alcune iniziative vanno intraprese subito, anche per consentire, a chi può, di assumere semplificando le norme e ponendo sui contratti a termine regole che, nel rispetto delle direttive comunitarie, in altri paesi europei sono applicate da tempo.

E' quanto emerge da un'analisi di Confcommercio sull'utilizzo e gli effetti dei contratti a tempo determinato negli ultimi anni in Italia.

I dati storici dimostrano che complessivamente l'occupazione dipendente è cresciuta negli ultimi 15 anni con provvedimenti che hanno introdotto forme contrattuali flessibili.

Quindi la crescita del contratti a termine si accompagna alla crescita dei contratti a tempo indeterminato. Non sono necessariamente trasformazioni, sono anche transizioni da un lavoro all'altro favorite da esperienze acquista e dall'ingresso o reingresso nel mercato del lavoro che, come noto, offre maggiori occasioni per chi già lavora, anche a termine, che per chi ne rimane escluso a lungo.

La Fig. 1 descrive l'evoluzione dell'occupazione dipendente scomposta in tempo determinato (superficie rossa) ed indeterminato (superficie blu). E' evidente come il ruolo del lavoro a termine sia rimasto pressoché costante negli ultimi venti anni.

Fonte: elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio su dati ISTAT.

La quota percentuale dei contratti a termine resta quindi costante negli ultimi 15 anni mantenendosi tra l'11% e il 13% sul totale degli occupati dipendenti. In pratica, contratti a termine e contratti a tempo indeterminato crescono in parallelo o diminuiscono in parallelo.

Questo dimostra anche che vi è una esigenza fisiologica di flessibilità, che non è mai sfociata in una esplosione di contratti a termine.

I dati degli avviamenti mensili, che includono stagionali e sostituzioni spesso citati come grido di allarme, non danno la reale dimensione della composizioni dell'occupazione, che come si evidenzia permane invece costante nel rapporto tra le due tipologie.

Infine, va evidenziato (tab. 1) che la percentuale del contratto a termine in Italia è da sempre inferiore a quella dei principali Paesi di riferimento nella Ue e in ogni caso inferiore alla media Ue a 27, ma solo in Italia questo contratto, che prevede la medesima retribuzione e tutele dei contratti collettivi, viene costantemente additato come causa di precarietà.

Altrove in Europa, nel rispetto della direttiva comunitaria, si assume a termine senza dover incorrere, come avviene in Italia, in giungle normative e conseguenti livelli di contenzioso, aspetti che stanno scoraggiando, in una crisi mai vista prima, anche quelle occasioni di lavoro che potrebbero essere attivate.

Il 40% di disoccupazione giovanile in Italia non consente più di ignorare la possibilità di far ripartire il mercato anche aprendo ad occasioni di lavoro a termine.

Le prime due righe della Tab. 2 riportano il numero di occupati e quello di lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato per l'intera popolazione e nella fascia d'età 15-24 anni, mentre l'ultima riga mostra il rapporto Germania/Italia. Guardando ai dipendenti a tempo determinato, il rapporto Germania/Italia è maggiore nella fascia d'età più giovane (4,2) rispetto all'intera popolazione (2,0): in Germania il 44,6% dell'occupazione a termine è rivolta ai giovani contro il 21,2% dell'Italia. Quel differenziale può ragionevolmente afferire ad occasioni mancate.

 

 

 

 

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