Argomenti: Articolo 

Di Maio-Tria, è tregua. Ma il capo M5S insiste: "reddito cittadinanza imprescindibile"

Per carità, nessuno ha chiesto e nessuno sta chiedendo le dimissioni di Tria". Il day after la tempesta perfetta sul ministro dell'Economia, il vicepremier Luigi Di Maio si affretta a smentire qualunque attrito con il collega. Peraltro dicendo la verità, perché il M5S non ha effettivamente chiesto la testa di Tria, piuttosto è il titolare del Mef ad aver lasciato intendere di essere pronto a fare un passo indietro e togliere il disturbo, se la sua competenza non è 'gradita' alla maggioranza. Una mossa a metà tra un bluff pokeristico e la seria minaccia. L'ago della bilancia, però, pende più per la prima ipotesi, visto che l'uomo dei conti del governo giallo-verde non ha nessuna intenzione di lasciare, soprattutto sotto legge di Bilancio. La sua forza è nella considerazione che gode a livello internazionale, nei consessi economico-finanziari, ma soprattutto l'importanza che assume agli occhi del Colle la sua funzione 'equilibratice' in un esecutivo composto da forze compatibili, ma non assimilabili. In poche parole Cinquestelle e Lega portano acqua al proprio mulino, mentre a Tria (super partes) è affidato il compito di fare la tara tra i desiderata e la effettiva realizzazione dei punti del 'contratto', conti pubblici alla mano. Ecco perché, più si avvicina l'ora X di mettere nero su bianco la bozza di legge di Bilancio, e più cresce l'ansia pentastellata sui temi principali per loro, quelli su cui hanno costruito quasi il 33% dei consensi alle ultime elezioni. "Se dovesse saltare il reddito di cittadinanza sarebbe il governo ad avere dei problemi", avvisa infatti il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, spiegando che "l'unione con la Lega è il frutto di un contratto di governo in cui c'è questa misura". Mentre Di Maio, almeno pubblicamente, cancella dal novero la possibilità che una cosa del genere possa avvenire: "Il reddito di cittadinanza sarà al centro della legge di Bilancio, insieme al tema delle pensioni e del fisco. Per noi è imprescindibile". In questa parola c'è il senso di quello che potrebbe accadere da qui a qualche mese. Anche se, stando alle 'voci di dentro' del M5S esiste comunque un piano B per prendere tempo con l'elettorato. Il reddito di cittadinanza, infatti, per funzionare ha bisogno che la rete di centri per l'impiego sia ampliata e resa efficiente, ma questo processo può durare fino a un paio d'anni. Attualmente i Cpi italiani hanno al loro attivo circa 8mila dipendenti, ma per essere impattanti sulla misura dovrebbero avere almeno il triplo delle unità dislocate su tutto il territorio nazionale. In quel caso sì che potrebbero essere d'aiuto sia al lavoratore in cerca di primo impiego o che vuole riqualificarsi professionalmente, sia alle aziende per la ricerca del personale adatto alle proprie esigenze. Ma su questo fronte la soluzione appare ancora molto lontana. Di Maio e i suoi, ad ogni modo, da oggi possono contare su un 'alleato' in più. Peraltro inatteso. Si tratta di Emmanuel Macron, che ha annunciato il varo di una misura, il "un reddito universale d'attività", a partire dal 2020, per combattere la povertà. Un assist che il capo politico dei Cinquestelle non poteva lasciarsi scappare: "fa piacere che anche il presidente della Repubblica francese ci sia arrivato". Sarà di sicuro un altro argomento chiave da portare al prossimo vertice economico con Tria. Perché di una cosa sono certi nel mondo M5S: "Luigi non mollerà la presa". Nemmeno Tria, però.

14 settembre 2018