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Il "peso" del gioco pubblico nell'economia italiana

Presentato il primo rapporto sul gioco pubblico in Italia di ACADI, l’Associazione dei Concessionari di Giochi Pubblici. Un settore che in un anno ha generato 14 miliardi di valore aggiunto e ha quasi ottantamila occupati diretti e indiretti.  

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28 novembre 2019

A Roma, nella sede di Confcommercio, è stato presentato il primo rapporto sul gioco pubblico a cura di Acadi, l’Associazione dei Concessionari di Giochi Pubblici aderente a Confcommercio. Una “fotografia” aggiornata della filiera del gioco pubblico che analizza, in particolare, la spesa degli italiani per i giochi con vincite in denaro, il contributo di questo settore al Pil e all’occupazione, l’impatto sulle entrate fiscali dello Stato, le azioni a contrasto dell’offerta illegale e le proposte per la qualificazione del comparto e la prevenzione del disturbo da gioco d’azzardo. Il gioco pubblico rappresenta una parte rilevante dell’economia italiana per il contributo fiscale che fornisce al Paese oltre che per i livelli occupazionali e di reddito che garantisce attraverso i concessionari e l’intera filiera. Nell’anno monitorato il settore regolamentato del gioco con vincita in denaro ha generato: 14 miliardi di valore aggiunto, contribuendo per l’1% al PIL complessivo nazionale; 10 miliardi di contributo fiscale diretto; 78mila occupati diretti e indiretti; 2 miliardi di consumo indotto. Il mercato dei giochi con vincita in denaro regolamentati contribuisce in modo significativo alla finanza pubblica.  Secondo il presidente dell’associazione, Geronimo Cardia, “Acadi rappresenta con le filiere dei suoi associati il 70% del comparto del Gioco Pubblico, il cui ruolo ed il cui valore aggiunto nel sistema Paese sono ben rappresentati dalle quattro espressioni della giornata di oggi: responsabilità, legalità, crescita e occupazione”. “Di qui il senso dell’avvio di un percorso che porterà a proporre pubblicamente un rapporto di sostenibilità del gioco pubblico e che oggi abbiamo proposto per la prima volta. Allo stesso tempo è chiaro che la percezione degli stakeholder - Politica, Istituzioni etc. - ma anche dell’opinione pubblica occorre sia aderente alla concreta situazione con cui il comparto si confronta”. Per Cardia, “i temi da risolvere unanimemente condivisi sono: esigenza di stabilità e pianificazione, stop all’aumento di tassazione che è riduzione di aggi, soluzione della questione territoriale e riordino con vero contrasto al disturbo da gioco d’azzardo senza ipocrisie”. Durante la giornata si è svolta una tavola rotonda sul tema che ha visto protagonisti anche il presidente della Fit, Giovanni Risso e il presidente della Fipe, Lino Stoppani: “Il settore dei giochi – ha detto il presidente della Fipe - vive certamente un momento di grande vitalità, grazie agli investimenti delle aziende che vi operano, ma anche a causa del contesto economico che spinge molte persone a tentare la fortuna”. “E’ un settore, però – ha osservato Stoppani -  che avrebbe bisogno di certezza e continuità nelle norme che lo disciplinano e di un vero contrasto all’abusivismo e alla concorrenza sleale, che deviano flussi verso il gioco illegale, che producono danno erariale, erosione di mercato per le imprese che operano nella legalità e favoriscono le ludopatie. Contemporaneamente, andrebbe promossa una maggiore responsabilità nel settore, promuovendo l’uso della tecnologia per combattere le patologie, disciplinare la pubblicità, accettando qualche limitazione utile a contrastare soprattutto il gioco compulsivo o minorile”. “In sintesi – ha concluso il presidente Fipe - no al proibizionismo, sì ad una migliore regolamentazione del comparto accompagnata da una migliorata responsabilità degli operatori, pubblici esercizi compresi”. Secondo il presidente della Fit, Giovanni Risso, “È necessario che lo Stato si riappropri della materia del gioco pubblico, con un approccio scientifico e strutturato: il gioco non deve essere demonizzato ma tutelato come settore economico industriale che produce lavoro”. “Serve una programmazione a lunga scadenza – ha osservato Risso - tanto sulla tassazione quanto sulla rete di raccolta, che possa anche rassicurare gli investimenti e le aziende che operano nel settore. Serve una regolamentazione omogenea a livello nazionale, ma che tenga conto delle differenze che esistono tra i diversi giochi e i luoghi in cui questi sono raccolti. Particolare importanza, a tal proposito, rivestono i rivenditori di generi di monopoli che, in quanto rete dello Stato, pagano la concessione anticipatamente per un novennio, senza neanche avere la certezza di poterla esercitare a pieno”. “È ora che lo Stato – ha sottolineato il presidente della Fit - si ricordi della propria rete di vendita, remunerando in maniera equa il nostro lavoro”.  Alla tavola rotonda ha partecipato anche il sottosegretario del Mef, Pierpaolo Baretta: "Qualche anno fa - ha detto Baretta - avevamo avviato un percorso di riforma dei giochi, approdato ad un accordo preso fra Stato ed Enti locali in Conferenza Unificata. Quel percorso per vari motivi non siamo riusciti a completarlo. A mio giudizio ora è il momento di riprenderlo e posso dire che l'opinione generale nell'ambito del Governo è quella di ripartire da lì". La proposta del governo per il  comparto del gioco pubblico è quella di inserire una clausola  che definisca che "un certo intervento fiscale abbia un tempo  definito cioè un arco temporale che consenta di ragionare sugli  investimenti". "A voi - ha detto rivolgendosi alla  platea del settore - chiedo uno sforzo massimo di unità perché  ci sono 13 concessionari, molti gestori e ancora più esercenti". Per la riforma del settore, Baretta ricorda che la sede più  idonea è la conferenza stato-regioni, "e il rapporto con gli  enti locali non può essere platonico. Per lo stato, il gioco  sono 10 miliardi all'anno di entrate, per gli enti locali è un  aggravio perché poi devono fare i conti con le proteste dei  cittadini". "Dobbiamo anche - ha proseguito - contrastare l'illegalità diffusa, si diffonde una illegalità che poi l'ente  locale sul territorio deve contrastare". Un altro aspetto  affrontato dal sottosegretario è quello della redistribuzione  dei punti di gioco con maggiore equilibrio territoriale. A  questo proposito ha bocciato il modello Piemonte.

 

 

  

 

 

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