Intervento Francesco Rivolta

Intervento Francesco Rivolta

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19 marzo 2010
Più che aggiungere le mie riflessioni al dibattito sulla fase della crisi e sulla nostra possibilità di superarla preferisco c

I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000

 

11a edizione del Forum Confcommercio - Ambrosetti

 

12-13 marzo 2010 - Villa d'Este - Cernobbio (CO)

Più che aggiungere le mie riflessioni al dibattito sulla fase della crisi e sulla nostra possibilità di superarla preferisco concentrarmi su alcuni dati di fondo.

Guardando gli indicatori economici se ne trae la sensazione di una ripresa che sarà lenta e incerta, e da questo punto di vista la battuta d’arresto del PIL nell’ultimo trimestre del 2009 ne può essere un segnale.

Oltre novemila aziende chiuse nel 2009 di cui 1700 nella sola Lombardia e le ipotesi più ottimistiche di crescita del PIL per i prossimi anni ci devono far riflettere sugli strumenti da mettere in campo e sullo sforzo che il “sistema Paese” dovrebbe fare semplicemente per ritornare alla situazione precedente alla crisi stessa.

I consumi, che valgono circa il 60% del PIL, sono ancora molto deboli.

Lo sono stati nel 2009 (soprattutto se non consideriamo il mercato dell’auto “drogato” dagli incentivi) e purtroppo non vi è un segnale di inversione di tendenza nei primi mesi del 2010.

La crisi ha colpito duramente le famiglie: per ogni nucleo familiare il reddito disponibile in termini reali è in calo dal 2007 e la situazione patrimoniale è stata fortemente compromessa dallo scoppio della bolla finanziaria.

Nell’ultimo anno, inoltre, dopo aver costantemente aumentato nei periodi recenti la propensione al consumo, le famiglie hanno ricominciato a costituire lo stock di risparmio a causa dell’incertezza sugli scenari economici e occupazionali personali e del Paese.

Se questo atteggiamento dovesse proseguire è chiaro che ci troveremmo di fronte ad un nuovo freno alla spesa. Non stupisce quindi che i consumi siano in calo!

Anche gli investimenti e la produzione industriale non riescono a decollare.

Dopo un crollo di quasi il 25% della produzione industriale nel 2008 rispetto all’anno precedente, dalla primavera del 2009 c’è qualche piccolo segnale di ripresa, ma l’intensità di questa ripresa è tale da far pensare che, se questo andamento dovesse essere mantenuto, solo in 3 o 4 anni si potrà ritornare sui livelli di capacità produttiva del periodo pre-crisi, cioè del 2007.

Dando per scontato che il governo manterrà la sua scelta di rigore nei conti pubblici e quindi produca uno sforzo limitato nel sostenere la ripresa, gli scenari sui livelli occupazionali non possono che essere preoccupanti e ben si capiscono le previsioni di tutti gli istituti che danno ancora in crescita il tasso di disoccupazione per il 2010.

La politica del governo nel periodo di crisi è stata centrata più sul rafforzamento degli ammortizzatori sociali che sul sostegno ai nuovi disoccupati.

Se però questo periodo di stagnazione dell’economia dovesse perdurare nel tempo, rimanendo su livelli fortemente inferiore a quelli precedenti e non ci fossero le condizioni per ricominciare a produrre e quindi tornare ad assumere, coloro che oggi sono coperti dagli ammortizzatori sociali si trasformerebbero inevitabilmente in disoccupati, con ciò ulteriormente indebolendo il complessivo potere d’acquisto delle famiglie e continuando a frenare la possibile ripresa.

I temi occupazionali nei prossimi mesi, ma verrebbe da dire anche nei prossimi anni, diventano quindi centrali per la prefigurazione di un sano percorso di crescita del Paese, che avvenga senza traumi e costi sociali elevati e che coinvolga tutte le popolazioni attive.

Accanto a strategie centrate sugli ammortizzatori sociali per difendere i livelli occupazionali messi in capo dal Governo  in questa fase di emergenza , dovrà tornare a  realizzarsi  una politica attiva, che  stimoli nuova occupazione e che si occupi di ridare una collocazione a chi l’ha persa.

Fondamentale sarà quindi la capacità di iniziare fin da ora a impiegare le poche risorse disponibili in termini “produttivi”  allocandole in modo tale da massimizzarne gli effetti positivi.

In particolare dovrà essere fatta una selezione dei settori nei quali agire, puntando su quelli che abbiano alcune caratteristiche fondamentali:

  • elevata e veloce reattività alla ripresa,
  • capacità di trascinamento nei confronti di altri settori
  • generatori di positivi volani di sviluppo attraverso l’attivazione di un consistente indotto
  • in grado di produrre effetti positivi nel Paese e non all’estero
  • che presentino una prospettiva di sviluppo di medio lungo periodo, secondo l’evoluzione di un “modello Paese” che possa restituire all’Italia un ruolo di primo piano nello scacchiere dell’economia mondiale che appare in continuo fermento ed evoluzione.

Da questo punto di vista il terziario in genere, il commercio ed  il turismo in particolare devono essere settori sui quali puntare.

Il Paese è ormai terziarizzato al 70% e bisogna rendersi conto che, guardando al futuro, questa caratteristica non potrà che diventare l’elemento distintivo del Paese, puntando sul turismo, sul terziario avanzato, sulla modernità dei servizi.

Andranno sostenuti i settori in grado di avere una prospettiva coerente con il nuovo assetto economico del Paese, che vedrà necessariamente l’industria concentrata laddove, si dimostrerà capace di produrre innovazione, qualità, istintività e competitività internazionale.

In questa logica dovranno ripartire anche gli investimenti strutturali sulla viabilità la logistica le reti, investimenti generatori di produttività tanto quanto lo sono quei modelli organizzativi che le aziende ripensano in continuazione per stare sul mercato e occorre favorire chi investe sul futuro, chi avvia attività pur in un momento cosi incerto.

Questo Paese non può più procedere a doppia velocità. Nord/sud; Pubblico /Privato;Imprese /istituzioni; mobilità lunghe /sussidi di settore;

Per l’occupazione poi bisogna da subito tornare a investire anche in  strumenti che sostengano le transizioni verso nuovi posti di lavoro. 

In presenza di attività ormai obsolete occorrerà pensare a progetti di formazione e ricollocazione del personale piuttosto che a ostinati sostegni all’occupazione che possono essere un intervento necessario  nel breve periodo finché può esserci una ripresa,  ma non adottabili oltre una ragionevole durata.

Occorre lavorare in prospettiva intervenendo su quelle che nei prossimi 4/5 anni si dimostreranno pienamente come aree fragili del sistema, dove si rischia una nuova fase di nuova disoccupazione.

 Pensiamo in particolare a tre categorie:

I giovani: occorre rafforzare tutti gli strumenti che favoriscono il loro ingresso nel mercato del lavoro a partire dalla riqualificazione del scuola e dei sistemi professionali, che dovrebbe essere più incentrati sulle competenze richieste dalle imprese che assumono, piuttosto che su programmi e figure professionali  lontani dagli ambiti occupazionali.

Con quest’ obiettivo CONFCOMMERCIO ha sottoscritto, prima in Italia, l’importante accordo per il settore del Commercio e del terziario sulla formazione aziendale per gli apprendisti  che sta semplificando i percorsi di accesso e che mira a far costruire un vero percorso d’inserimento del giovane disegnato in azienda.

E’ sicuramente interessante la recente innovazione  sull’apprendistato in obbligo scolastico per tentare di arginare la dispersione di tanti giovani che abbandonano la scuola andando incontro a un difficilissimo futuro.

Tuttavia ancora troppo poche sono in questo Paese le scuole che formano ai “mestieri” che pure sono richiesti, in particolare nel nostro settore, dalle imprese.

Le Istituzioni e tutti i soggetti che operano nel vasto mondo della formazione dovrebbero essere maggiormente orientati a costruire percorsi in sinergia diretta con il mondo delle imprese. Le risorse per la formazione in altri termini debbono cessare di essere, come spesso accade, degli ammortizzatori sociali per i formatori.

Nel prossimo futuro il nostro Paese si dovrà confrontare con opportunità nuove di immigrazione più qualificata. Soprattutto dai Paesi che sono entrati recentemente in Europa, che, se non gestite con lungimiranza, rischieranno di aumentare fortemente i problemi dell’occupazione giovanile al Sud come al Nord.

E questo vale sia per il nostro sistema universitario che rischia di produrre potenziali disoccupati, sia per la nostra scuola superiore.

Un’altra categoria che merita massima attenzione: gli over 45 che usciti dal mercato del lavoro non riescono a rientrare.

Esiste da un lato un problema culturale che va recuperato perché non si può da un lato aumentare l’età pensionabile e dall’altro far passare l’idea che dopo i 45 anni si è inadatti al mondo del lavoro.

E su questo tema non sono sufficienti le petizioni di principio perché si rischia di creare un disagio profondo in una parte fondamentale del mondo del lavoro.

Purtroppo la cultura dei prepensionamenti ha fatto disastri da questo punto di vista.

Per questi soggetti la formazione non può continuare a essere a-finalizzata.

Manca un sistema vero di collegamento tra domanda e offerta di lavoro.

Fare un corso di formazione  non aiuta a trovare lavoro se quel corso non è strettamente correlato ad un’opportunità lavorativa.

Il centro del problema sta qui.

La formazione sganciata dal lavoro diventa un business per chi la fa, frustrante per chi la frequenta e costosa per la collettività.

Infine i lavoratori immigrati che sempre più entrano in settori rilevanti dell’economia.

E non solo nei lavori rifiutati dagli italiani.

Nei prossimi anni assisteremo ad una immigrazione qualificata a basso costo nelle professioni, nelle piccole attività economiche, nelle imprese e nei servizi.

Le aziende che occupano personale proveniente da altri Paesi possono intervenire con formazione a contenuto professionale,  ma il supporto sociale e culturale e la messa in campo di  strumenti di integrazione, senza i quali ci avviamo ad affrontare faglie sociali sempre più ampie, devono entrare nell’agenda del Governo,  all’interno dei temi sui quali intervenire prima che il problema sia conclamato.

Rispondere a queste tre emergenze in modo nuovo significa incidere sulla velocità della ripresa perché si introduce produttività nel sistema e nuova competitività al Paese.

Ma noi come Confcommercio e parti sociali quale contributo concreto possiamo mettere in campo per affrontare queste problematiche?

Abbiamo uno strumento decisivo che discende dal Contratto Nazionale e che può consentirci sperimentazioni di qualità propedeutiche ad innovazioni importanti sui temi della previdenza, dell’assistenza sanitaria, della formazione professionale.

Il nostro è uno dei pochi settori che ha saputo guardare avanti sul tema del confronto e del ruolo delle parti sociali attraverso la costruzione di un sistema di regole, di strumenti e di obbligazioni reciproche raccolte sotto il termine di: “BILATERALITA’”.

 Oggi siamo di fronte ad un bivio: o la “Bilateralità” si trasforma in una grande opportunità per il futuro del nostro sistema di relazioni o rischia di scivolare in un ambito angusto nel quale diventano evidenti costi e vincoli per le imprese e scarsi i risultati a disposizione dei lavoratori.

Una nuova “Bilateralità” è, prima di tutto, una sfida culturale, sociale e programmatica. È un modo di ragionare che pone al centro le soluzioni ai problemi e non le contrapposizioni, che potrebbe dare al nuovo Contratto Nazionale di lavoro una capacità propulsiva di segno completamente diverso rispetto al passato, ridisegnandone ambiti, cultura e regole del gioco.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare avanti superando la stagione delle contrapposizioni e misurandoci sui problemi concreti con tanto sano pragmatismo.

Gli strumenti che abbiamo creato insieme, noi e le Organizzazioni Sindacali, possono rappresentare un buon punto di partenza e non solo per gestire un’importante integrazione del welfare a disposizione delle imprese e dei lavoratori.

Dobbiamo però osare di più. Ed è anche per questo motivo che vogliamo concludere positivamente il lavoro che abbiamo iniziato con le OOSS sulla ridefinizione delle regole, della governance  e dei compiti della BILATERALITA’ prima dell’avvio del confronto sul nuovo Contratto Nazionale.

Ed è proprio la nostra volontà di contribuire al rinnovamento del sistema bilaterale oggi in essere rendendolo ancora più utile per le nostre imprese e per i lavoratori che ci consente di valutare positivamente lo sforzo che il Governo ha fatto e sta facendo su queste materie.

Dobbiamo però dirci che un sistema mutualistico integrativo del welfare pubblico non può essere caricato di compiti e oneri impropri.

Se la partecipazione al sistema non è obbligatoria, ma libera allora chi decide di contribuire dovrebbe decidere anche come usare le risorse che mette a disposizione.

 Se invece si chiede a questi soggetti un contributo rilevante in termini economici e organizzativi verso ambiti di welfare sociale storicamente gestiti o gestibili in una logica pubblica allora non possono farsene carico solo i volontari ma occorre dare certezza sulla esigibilità della  contribuzione anche per non favorire fenomeni di dumping.

È un approccio nuovo, positivo e finalizzato a mettere ordine in un campo caratterizzato troppo spesso in chiave conservativa. Dobbiamo cambiare marcia e guardare ai Paesi più avanzati trovando un nuovo bilanciamento tra welfare pubblico e contrattuale, ripensare alla finalizzazione degli ammortizzatori sociali e riprogettare il ruolo della formazione continua.

Dobbiamo contribuire a costruire un nuovo mercato del lavoro accessibile e fluido dove la competizione tra le persone può avvenire perché le opportunità sono garantite a tutti e dove il merito, le competenze e la voglia di fare tornino ad essere centrali.

 

Confcommercio vuol fare la propria parte convinti come siamo delle difficoltà della stagione che stiamo attraversando, ma anche consapevoli che le crisi possono essere utilizzate per rimeditare strumenti vecchi e per mettere in campo strumenti nuovi che meglio rispondano ad un mercato del lavoro che cambia.

Per questo ci sentiamo di sottoscrivere quanto detto da Angeletti nella relazione congressuale: “oggi non basta più un patto né tanto meno un singolo accordo. C’è bisogno di un grande progetto programmatico, di una vera e propria strategia per l’occupazione, che coinvolga in un tavolo permanente, insieme al governo, tutte le forze sociali e produttive del paese”.

Noi la pensiamo esattamente così.

 

 

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