LE PREVISIONI DI CONFCOMMERCIO: NEL 2003 SEGNALI DI RIPRESA

Nel 2002 ancora fermi PIL e consumi

LE PREVISIONI DI CONFCOMMERCIO: NEL 2003 SEGNALI DI RIPRESA

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24 luglio 2002
48/2002

Famiglie più propense a risparmiare che a consumare, infatti per la prima volta dopo 10 anni si è invertita la tendenza, e si è passati dall’11,8% del 2000 al 12,4% del 2001, come quota di reddito risparmiato; un 2002 ancora all’insegna della stagnazione, 1,1% il Pil e 0,9% i consumi delle famiglie, ma con il 2003 si prevedono segnali di ripresa: aumento delle esportazioni +5,8%, degli investimenti +4,7%, inflazione all’1,7%, l’occupazione continua a migliorare anche se con incrementi più contenuti, +152 mila unità. Questi gli elementi più significativi del rapporto elaborato dal Centro Studi di Confcommercio sullo stato di salute dell’economia italiana e sulle previsioni del 2003.

Per sostenere i segnali di ripresa occorre una politica di alleggerimento della pressione fiscale più coraggiosa. Ad esempio, ipotizza una simulazione del Centro Studi, con la riduzione a partire dal 2003 di un punto percentuale anziché di mezzo punto, con un impatto moderato sul conto economico delle strutture pubbliche, si avrebbe un Pil al 2,8% anziché al 2,3% e un aumento della spesa delle famiglie del 2,7% anziché dell1,8%.

L’economia italiana nel 2001

 

In linea con quanto avvenuto nelle principali economie industrializzate nel corso del 2001 si sono intensificati anche in Italia i segnali di rallentamento produttivo.

A consuntivo il PIL, in termini reali, è aumentato lo scorso anno dell’1,8%, valore decisamente più contenuto rispetto al 2000 (+2,9%), ma sostanzialmente in linea con le dinamiche riscontrate nella seconda metà degli anni '90.

Su questa evoluzione hanno pesato gli andamenti delle diverse componenti, estere ed interne della domanda, che hanno evidenziato un deciso rallentamento nel corso dell’anno.

Nella media del 2001 le esportazioni di beni e servizi sono aumentate in termini reali dello 0,8%, valore nettamente più contenuto rispetto all’11,7% del 2000.

Dal lato della domanda interna la decelerazione ha riguardato sia la componente relativa alla spesa delle famiglie, sia gli investimenti.

Nella media dell’anno i consumi hanno evidenziato una crescita in termini reali dell'1,1% valore nettamente più basso di quello riscontrato nel 2000 e nella media degli ultimi anni.

Il contenuto andamento della spesa delle famiglie riscontrato lo scorso anno sembra in contrasto con l’evoluzione registrata dal lato del reddito disponibile delle famiglie, che ha mostrato nel 2001 un aumento in termini nominali del 4,8%, segnalando un incremento del potere d’acquisto dell’1,9%.

Il combinarsi delle dinamiche del reddito e del consumo ha determinato nel 2001 un, sia pur contenuto, aumento della propensione al risparmio passata dall’11,8% del 2000 al 12,4% del 2001, invertendo una tendenza che si protraeva da quasi un decennio. Si tratta di circa 7 decimi di punto in termini di reddito disponibile, corrispondenti cioè a quasi 6 miliardi di euro, con una ricomposizione della componente finanziaria del risparmio a tutto vantaggio di investimenti in attività a basso rischio.

Propensione Al Risparmio E Al Consumo Delle Famiglie

 

1996

1997

1998

1999

2000

2001

PROPENSIONE AL CONSUMO

79,2

82,1

85,3

87,3

88,2

87,6

PROPENSIONE AL RISPARMIO

20,8

17,9

14,7

12,7

11,8

12,4

Fonte: elaborazioni Centro Studi CONFCOMMERCIO su dati ISTAT

Se infatti nel corso della seconda metà degli anni novanta, le famiglie italiane avevano investito in azioni e quote di fondi comuni, nel 2001  il progressivo deterioramento di tutte le tipologie di rendimento finanziario ha restituito importanza anche a quelle forme conosciute come attività dominate (circolante e depositi in conto corrente), per il progressivo ridursi del costo-opportunità di questi strumenti, misurato dalla rinuncia a tassi d’interesse calanti su attività alternative a breve termine.

In altre parole, le famiglie hanno preferito detenere una maggiore quota di risparmio sotto forma di biglietti, monete e depositi a vista, come testimonia il consistente flusso del 2001 pari ad oltre 19 miliardi di euro, perché deluse dagli andamenti di altre forme, come il risparmio gestito o quello obbligazionario.

Il 2001 ha visto anche la netta frenata dell’altra componente della domanda interna, cioè gli investimenti, cresciuti in termini reali del 2,4% contro il 6,5% del 2000.

Il rallentamento produttivo registrato nel corso del 2001 non si è riflesso sulle dinamiche occupazionali: la crescita di 435mila unità rappresenta, infatti, il risultato più positivo degli ultimi dieci anni, unitamente al deciso ridimensionamento del tasso di disoccupazione passato dal 10,6% del 2000 al 9,5% del 2001, il valore più basso dal 1992.

Il 2001 si è rivelato, invece, dal lato della finanza pubblica un anno particolarmente critico.

Tale valutazione non scaturisce tanto dalla decisione presa dall’Eurostat ai primi di luglio in materia di cartolarizzazioni, quanto dall’analisi della contabilità delle Amministrazioni Pubbliche resa nota a fine giugno dall’ISTAT.

Sul fronte della spesa si è registrato un incremento in termini reali degli acquisti di beni e servizi del 2,3%, in accelerazione rispetto all’1,7% dell’anno precedente.

Dal lato delle entrate, lo slittamento di alcune voci al 2002, così come previsto dai regolamenti UE, pur comportando per il 2001 un innalzamento del rapporto deficit/PIL al 2,2%, di fatto rappresenta quasi una operazione contabile non implicando di per sé un peggioramento tendenziale della finanza pubblica, come invece si evidenzia dall’analisi dei pubblicati dall’ISTAT a fine giugno.

Al netto delle operazioni di cartolarizzazione, pari a 6.000 milioni di euro, da questa prima revisione emerge rispetto al dato provvisorio di marzo un peggioramento dell’indebitamento netto di 2.300 milioni di euro.

Sulla base di questa nuova contabilizzazione il rapporto deficit /PIL era pertanto già salito all’1,6%, valore più elevato di due decimi di punto rispetto alla stima diffusa a marzo, ma di ben 8 decimi rispetto agli obiettivi fissati nel Patto di stabilità.

Le prospettive per il biennio 2002-2003

La presenza di un contesto produttivo interno ed estero, in particolare delle economie dell’area dell’euro, in sostanziale stagnazione non permette di ipotizzare nel breve periodo una accelerazione delle dinamiche produttive italiane.

Il permanere di una dinamica contenuta della spesa delle famiglie (+0,9%) e della domanda proveniente dall’estero (+0,4%), dovrebbe determinare un grado di utilizzo degli impianti ancora inferiore alle potenzialità scoraggiando l’accumulazione di capitale.

Gli investimenti sono stimati crescere, infatti, nel 2002 solo dello 0,7% rispetto al 2001, uno dei valori più bassi dell’ultimo decennio. Il persistere di un contesto produttivo caratterizzato da tassi di sviluppo moderati, dovrebbe cominciare a produrre nei prossimi mesi una attenuazione della tendenza espansiva del mercato del lavoro. A rendere meno dinamico il contesto occupazionale potrebbero contribuire le frizioni esistenti nel mercato del lavoro italiano.

Il raggiungimento di tassi di disoccupazione particolarmente bassi nel Centro-Nord, sottende l’emergere di situazioni caratterizzate da scarsità di offerta rispetto alla domanda che difficilmente, viste le rigidità nella mobilità territoriale, potranno trovare soluzione nel breve periodo.

In questo panorama si innestano anche le preoccupazioni circa l’andamento della finanza pubblica. La tendenza espansiva della spesa, in particolare di quella sanitaria, associata ad una evoluzione delle entrate inferiore alle previsioni rischia di determinare un sensibile scostamento rispetto agli obiettivi fissati.

 Quadro Macroeconomico
(variazioni percentuali sull’anno precedente)

 

2000

2001

2002

2003

PIL

2,9

1,8

1,1

2,3

Importazioni di beni e servizi

9,4

0,2

1,5

5,7

Consumi finali interni

2,5

1,4

1,0

1,6

- Spesa delle famiglie residenti

2,7

1,1

0,9

1,8

- Spesa delle AP e delle ISP

1,7

2,3

1,3

0,9

Investimenti fissi lordi

6,5

2,4

0,7

4,7

Esportazioni di beni e servizi

11,7

0,8

0,4

5,8

OCCUPATI (Variazioni assolute in migliaia)

388

434

259

152

INFLAZIONE

2,5

2,8

2,4

1,7

Fonte: 2000-2001 ISTAT, 2002-2003 Stime Centro Studi CONFCOMMERCIO

Difficilmente, visti i risultati del primo semestre, il rapporto deficit/PIL potrà scendere nella media del 2002 sotto l’1,5%, un valore distante dall’obiettivo dell’1,1% indicato nel DPEF.

Le dinamiche che si stanno riscontrando in questi mesi e le prospettive di sviluppo del prossimo semestre rischiano di condizionare, in assenza di incisivi interventi volti a rilanciare la domanda interna, le possibilità di crescita del 2003. Dal lato dei consumi la contenuta riduzione della pressione fiscale prevista nel DPEF non appare in grado di contrastare la tendenza al permanere di comportamenti molto prudenti da parte delle famiglie. Anche nel 2003 la spesa delle famiglie è pertanto attesa crescere a ritmi più contenuti rispetto al PIL (1,8% contro il 2,3%). Decisamente più positiva dovrebbe risultare la dinamica relativa agli investimenti attesi crescere del 4,7% in termini reali. Tale evoluzione, correlata alla necessità di migliorare la capacità produttiva e di effettuare investimenti innovativi anche al fine di ridurre i costi e sostenere la competizione, non dovrebbe, comunque, risultare sufficiente per promuovere una crescita dell’economia prossima al 3%.

Un’ipotesi di riduzione della pressione fiscale

La diminuzione della pressione fiscale di un punto percentuale di PIL, renderebbe disponibili poco più di 13 miliardi di euro. Qualora si realizzasse questo tipo di misura, si è ipotizzato, per bilanciare l’intervento nel modo più proficuo, di destinarne il 60%, cioè quasi 8 miliardi di euro, a sostegno della spesa delle famiglie ed il rimanente 40%, cioè poco più di 5 miliardi di euro, a beneficio delle imprese.

Il Pil E Le Componenti Della Domanda Interna
(variazioni % annuali su valori a prezzi 1995)

 

2001

2002

2003 (a)

2003 (b)

PIL

1.8

1.1

2.3

2.8

Importazioni di beni e servizi

0.2

1.5

5.7

6.0

Consumi finali interni

1.4

1.0

1.6

2.2

- Spesa delle famiglie residenti

1.1

0.9

1.8

2.7

- Spesa delle AP e delle ISP

2.3

1.3

0.9

0.6

Investimenti fissi lordi

2.4

0.7

4.7

5.1

Esportazioni di beni e servizi

0.8

0.4

5.8

5.8

a)        Andamento tendenziale

b)        Scenario alternativo che incorpora la riduzione della pressione fiscale

Fonte: elaborazioni Centro Studi CONFCOMMERCIO su dati ISTAT.

Ipotizzando una propensione media al consumo sugli stessi livelli fatti registrare a partire dalla metà degli anni novanta, cioè intorno all’85%, l’impatto positivo sui consumi delle famiglie sarebbe di quasi un punto percentuale. La spesa dei residenti, misurata in termini reali, passerebbe cioè dall’1,8% dello scenario di base o tendenziale, al 2,7% dello scenario alternativo che incorpora, nella simulazione, la riduzione della pressione fiscale.

Riguardo all’utilizzo delle risorse da parte delle imprese, l’esercizio previsionale destina circa il 70% degli oltre 5 miliardi di euro disponibili a riduzione del carico contributivo sul lavoro, in modo da abbassarne il costo e favorire una robusta crescita occupazionale.

Il rimanente 30%, cioè poco più di 1,5 miliardi di euro, dovrebbe essere direttamente utilizzata dalle imprese per nuovi investimenti, soprattutto nell’acquisizione di tecnologie innovative, utilizzando forme di incentivazione diverse dai meccanismi già sperimentati, come la “Legge Tremonti” (prima e seconda edizione) o la “DIT”, che finiscono per favorire esclusivamente le grandi imprese industriali organizzate in forma di società di capitali.

Gli investimenti fissi aggiuntivi realizzati in tal modo dalle imprese, si tradurrebbero in una maggior crescita di quattro decimi di punto rispetto allo scenario tendenziale, innalzando il profilo degli investimenti nel 2003 dal 4,7% al 5,1%.

I 13 miliardi di euro di minori entrate verrebbero subito parzialmente compensati, per circa 2 miliardi di euro, dall’incremento del gettito IVA sui maggiori consumi (800 milioni), dai contributi sociali generati dalla crescita occupazionale (440 milioni) e da una riduzione (poco meno di 700 milioni) negli acquisti di beni e servizi da parte delle Amministrazioni pubbliche.

Quest’ultimo versante è quello dove occorrerebbe procedere con i tagli più consistenti, considerando che nel biennio 1999-2001 la spesa per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche è cresciuta in termini cumulati del 12,5%, contro un’analoga crescita del PIL del 9,8%, un differenziale che accresce di un ulteriore mezzo punto la quota dei consumi pubblici in relazione al prodotto interno lordo.

Occorre inoltre considerare che l’incremento occupazionale generato dalla diminuzione dei contributi sociali gravanti sul lavoro determina a sua volta un aumento del monte redditi delle persone fisiche, via retribuzioni lorde, nonché dei redditi delle società e delle persone giuridiche, via maggiori profitti, che si traducono in un incremento del gettito delle imposte dirette pari a circa 1 miliardo di euro.

Ne consegue che l’effettivo disavanzo di bilancio si attesterebbe, nell’ipotesi minimale di contenimento della spesa pubblica e di recupero di imposizione diretta via maggiore crescita, poco al di sopra dei 10 miliardi di euro, pari allo 0,7% del PIL.

Il rapporto indebitamento/PIL potrebbe addirittura migliorare di più di un punto percentuale, portandosi cioè allo 0,6-0,5%, attraverso una razionalizzazione ed una maggiore efficienza nel funzionamento della macchina pubblica, realizzabili sia con l’adozione di procedure semplificate e più rapide relativamente alla contrattualistica per gli appalti e le forniture, sia con una gestione del patrimonio pubblico ispirata a criteri di economicità, sia con il completamento ed il potenziamento del programma di informatizzazione della P.A., che renderebbe assai più efficace l’azione degli uffici in sede di accertamento del reddito e di recupero dell’evasione.

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