A Bergamo a rischio quasi 2mila imprese del terziario

A Bergamo a rischio quasi 2mila imprese del terziario

Secondo l'Osservatorio congiunturale di Confcommercio Bergamo, la crisi energetica frena la corsa per il recupero della pandemia. Le imprese del terziario faticano a reclutare nuovi lavoratori.

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11 novembre 2022

Precipita la fiducia delle imprese del terziario bergamasche, che in questo autunno subisce un duro colpo. Questo è quello che emerge dall'Osservatorio congiunturale realizzato da Confcommercio Bergamo insieme a Format Research, con un focus su clima di fiducia e aumento dei costi delle bollette. Il linea con il quadro nazionale, il clima di fiducia scende da 36 a 26, ma è prevista un ulteriore caduta entro marzo 2023 a quota 24. Il dato tuttavia è migliore della media italiana, stabile a 21.   

Secondo la ricerca, la crisi energetica ha frenato l'affannosa corsa per il recupero dalla pandemia, che durava da due anni, rischiando così di avere conseguenze molto più pesanti rispetto all'emergenza sanitaria. Basti pensare che l’indicatore nazionale medio della fiducia si presenta più basso rispetto al periodo del lockdown più duro, a marzo 2020. Inoltre la pandemia era percepita come una crisi passeggera, anche se dura, mentre i rincari di gas ed energia sembrano di tipo strutturale. Infatti la quasi totalità delle imprese bergamasche (93,3%) ritiene che le spese energetiche della propria impresa nel 2022 aumenteranno. Per tamponare l’aumento dei costi le imprese saranno quindi costrette a rivedere i propri prezzi e ad adottare politiche per una significativa riduzione dei consumi energetici.

Se la situazione di crisi persiste, saranno a rischio quasi 2mila imprese del terziario del territorio e poco meno di 6mila posti di lavoro. Già adesso sono circa 500 le attività che potrebbero essere costrette a chiudere per colpa degli aumenti del costo dell'energia.
Se otto imprese su dieci non avevano pianificato alcun investimento per i prossimi sei mesi, del 16% di imprese che li avevano messo a budget, più della metà (l’8,9%) rinuncerà a quanto programmato. Gli investimenti riguardano: formazione (48%), immobili (32%), sostenibilità (23%), ristrutturazione locali 21%, marketing e pubblicità 14,3%, digitalizzazione 13%.

Per Confcommercio Bergamo, quanto fatto finora dal precedente governo e dagli enti coinvolti è poco più di un palliativo rispetto al problema che appare ora in tutta la sua drammaticità.  Il caro bollette richiederà infatti cambi organizzativi legati all’apertura e ai turni di lavoro e di fatto la crisi energetica ferma più della metà degli investimenti programmati dal settore del terziario, con inevitabili ripercussioni anche sul futuro.

 

Le imprese del terziario faticano a reclutare nuovi lavoratori

Negli ultimi due anni, il 45% delle imprese bergamasche del commercio, turismo e servizi ha cercato nuovo personale. Non senza problemi, visto che il 56% ha faticato nella ricerca di profili idonei e il 35% ha avuto molte difficoltà. La mancanza di personale adeguato, insomma, è evidente ed è ormai un problema strutturale del sistema economico territoriale, come emerge da una recente ricerca di Ascom Confcommercio Bergamo. E il problema sembra essersi acuito con la pandemia: il 54% delle imprese dichiara infatti di aver incontrato maggiori difficoltà rispetto al passato. Tra i fattori in gioco, l’inadeguatezza delle competenze ed esperienze, e gli orari di lavoro. Eppure gli imprenditori si dicono disponibili a innalzare stipendi, a investire in percorsi formativi, a implementare politiche di welfare. Ma per molti candidati non è solo una questione di soldi: la pandemia ha infatti posto al centro il tema della qualità della vita e delle condizioni lavorative.

I dati della ricerca

Il perché della difficoltà

La principale difficoltà è relativa alla scarsità di competenze ed esperienze che pesa per il 57,1%; seguono gli orari di lavoro (per il 38,1%), ritenuti pesanti dai candidati e la retribuzione, insufficiente per il 21,4%. Tra le altre motivazioni la concorrenza di altre imprese alla ricerca di personale con caratteristiche analoghe (con un’incidenza pari al 17%), mansioni e tipologia di lavoro ritenute poco attrattive (per il 14,35), eccessiva distanza tra il luogo di lavoro e l’abitazione (9,5%). Non manca chi reputa insufficienti le politiche di welfare e benefit per i lavoratori (5%) e, infine chi rinuncia per un’immagine dell’impresa poco appetibile (4%).

L’impatto sull’estate appena trascorsa

Il 17,8% delle imprese del commercio e della ristorazione non hanno chiuso l’attività nella stagione estiva. Diverse le motivazioni, tra queste il 59,2% riserva la chiusura in altro periodo. Il 31% non ha chiuso per incrementare i ricavi. E per molti è stato anche impossibile lasciare l’attività per una pausa estiva per assenza di risorse in organico (34%) o per malattie o ferie del personale (25,5%) .

Mancanza di personale, quali soluzioni?

Gli imprenditori, per affrontare il problema dell’emergenza personale e per trovare personale qualificato e con le competenze adatte, sarebbero disposti a concedere stipendi più alti rispetto ai minimi salariali (25,1%), corsi di formazione professionali (23%), premi di produzione (22%), politiche di welfare (17%), voucher o sconti sui beni o servizi dell’impresa (16%) . In particolare per coloro che hanno indicato l’eventualità di offrire stipendi più alti rispetto ai minimi salariali (il 25,1% degli imprenditori), il 38% sarebbe disposto ad offrire tra il 10 e il 20% in più. Il 33% è disposto a proporre fino al 10% in più. Il 21% è tuttavia pronto a rialzi significativi, dal 20 al 30% in più. L’8% degli imprenditori alza ulteriormente la retribuzione: il 4% tra un 30% e un 40% per cento in più rispetto al minimo salariale, il 3% tra un 40 e un 50% in più, l’1% oltre al 50% in più. In generale, l’aumento medio concedibile è del 16%. Di fronte a competenze adeguate e maggiore produttività, gli imprenditori sono disposti a ritoccare gli stipendi.

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