Pensioni: il governo "frena" andare in pensione a 62 anni costa troppo - Asset Display Page

Pensioni: il governo "frena" andare in pensione a 62 anni costa troppo

La proposta dei sindacati di andare in pensione a 62 anni con almeno 20 di contributi e nessuna penalizzazione spiazza l'esecutivo.

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13 gennaio 2020

La proposta dei sindacati di andare in pensione a 62 anni con almeno 20 di contributi e nessuna penalizzazione spiazza il governo. E non solo perché ancora non c'è una data di convocazione del tavolo sulla previdenza, inaugurato dal premier Conte. Ma anche perché le posizioni degli alleati divergono. A parole tutti vogliono risolvere lo scalone di Quota 100 e riscrivere la Fornero. Ma quando si passa ai fatti, Italia Viva insiste per cancellare Quota 100, difesa dagli altri. E non disdegna le proposte più forti, come quella di Brambilla - già consigliere della Lega - di ricalcolare con il contributivo gli assegni di chi vuole uscire prima, a 64 anni con 36 038 di contributi. «La soglia dei 62 anni non mi fa impressione» dice Pier Paolo Baretta, sottosegretario pd all'Economia. "Con il contributivo, una volta identificata una soglia minima di età e contributi, l'uscita pub essere flessibile". "Quota 100 resta", chiude Nunzia Catalfo, ministro M5S del Lavoro. "Non possiamo revocarla. Entro gennaio convochiamo il tavolo con i sindacati e istituiamo tre commissioni di studio sui lavori gravosi, la separazione tra assistenza e previdenza e la revisione della Fornero". Il problema era ed è sempre lo stesso: i costi. Già all'epoca del governo Gentiloni quota 41 era stata scartata perché costosissima. E qualcuno - tra governo e Pd - considera anche la controproposta del sindacato (che pure contempla quota 41) infattibile per via dei costi. Scasserebbe i conti del Paese, si ragiona. Sia come sia, il tema è sentito. «Diciamo stop a Quota 100 subito, per evitare di alimentare aspettative tra i lavoratori che nel 2021 si tradurranno in una corsa insostenibile all'uscita», ragiona Luigi Marattin, deputato di Iv. «Non è accettabile dimezzare l'anzianità contributiva e abbassare l'età addirittura a 62 anni, come propongono i sindacati. Ma certo i lavori non sono tutti uguali. Rivediamo allora l'Ape sociale, allarghiamola, rendiamola strutturale per consentire la giusta flessibilità a chi ne ha bisogno. Un operaio non pub essere trattato al pari di un dirigente». Tommaso Nannicini, senatore pd, pensa invece che un compromesso sia possibile giocando sulle quote. Il suo disegno di legge propone un'uscita a 64 anni con 20 di contributi, ma ricalcolo contributivo. "Se vuoi la flessibilità, la paghi", dice. Propone anche «una super Ape rafforzata a quota 92 - 62 anni e 30 di contributi - per le fasce deboli». Oltre a «una pensione contributiva di garanzia per i giovani e una pensione di cura per le donne con sconti contributivi per i figli o il lavoro di assistenza». Stefano Fassina, deputato di Leu invita a guardare «non solo alla sostenibilità dei conti, ma anche a quella sociale». La legge Fornero «è insostenibile, il meccanismo della speranza di vita sbagliato, non si può aspettare la fine di Quota 100 per parlarne: partiamo dalla proposta dei sindacati». Così il suo compagno di partito Nicola Fratoianni: "Non cancelliamo Quota 100, ma l'idea di Cgil, Cisl e Uil è ragionevole e condivisibile". Valeria Fedeli, senatrice Pd, ribadisce che "non tutti i lavori sono uguali, serve una tutela differenziata". Ma invita i sindacati anche a tenere d'occhio «la sostenibilità del sistema».

tratto da la Repubbica

di Valentina Conte

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