Rapporto Censis-Confcommercio integrale

Rapporto Censis-Confcommercio integrale

DateFormat

14 novembre 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’IMPRESA DI FARE IMPRESA

 

 

 

 

 

 

 

 

Roma, 14 novembre 2006


Indice

Il percorso a ostacoli del fare impresa                                            Pag.             1

1.    L’“impresa� di avviare un’impresa: in Italia costa 17 volte più del Regno Unito e 11 volte più della Francia                                                                                     “                6

2.    Penultimi in Europa per licenze e concessioni                             “                8

3.    Servono 8 passaggi burocratici per registrare una proprietà (il doppio rispetto agli altri paesi industrializzati)                                                                           “              10

4.    Fino al 76% dei profitti dell’impresa per tasse, balzelli e contributi                “       12

5.    Il fardello dell’inefficienza del sistema giudiziario: 1.210 giorni per far rispettare un contratto commerciale                                                                             “              15

6.    I procedimenti fallimentari: molto costosi, poco efficaci               “              19

7.    La bolletta più salata in Europa per l’approvvigionamento di energia per le imprese          “          21

8.    Zavorre burocratiche anche sul commercio internazionale           “              24

9.    Il “cuneo� della burocrazia: le imprese del commercio pagano 8,2 miliardi di euro l’anno   “          26

10.  Un bilancio: in Italia è diventato più difficile fare impresa             “              28

Nota su figure e tabelle                                                                     “              30

                                                                                                                     

 


Il percorso a ostacoli del fare impresa

La modernizzazione di un sistema produttivo richiede la compresenza di due elementi essenziali: da un lato una solida classe imprenditoriale, dall’altro un contesto ambientale in grado di sostenere, attraverso procedure e controlli fluidi, rapidi e leggeri, il ciclo di vita di una azienda, dalla fase di avvio a quella di sviluppo e consolidamento sul mercato.

Qualche esempio sulla situazione italiana (per un’analisi dettagliata si rinvia alle schede nelle pagine seguenti). Nel nostro paese sono necessari 9 adempimenti amministrativi e fiscali per costituire una nuova impresa; un’azienda deve poi espletare 17 diversi passaggi presso gli uffici della Pubblica Amministrazione, spendendo non meno di 284 giorni, al fine di ottenere permessi e autorizzazioni necessari per la costruzione di un immobile da destinare ad uso magazzino; sono necessari 8 successivi passaggi burocratici (il doppio di ciò che è richiesto mediamente nell’insieme dei paesi Ocse) per la registrazione della proprietà di un bene immobile strumentale allo svolgimento dell’attività di impresa; occorrono 40 passaggi legali-amministrativi e 1.210 giorni prima di giungere ad una sentenza ingiuntiva atta a risolvere un eventuale contenzioso commerciale.

La domanda è retorica ma inevitabile: fino a quando nel nostro paese si continuerà a pensare che l’innalzamento del livello di competitività delle aziende è solo il frutto degli sforzi dei singoli imprenditori e non un mix complesso di elementi in cui assumono rilievo anche il contesto infrastrutturale e una macchina burocratica pubblica più snella, garante del rispetto delle norme, ma non vessatoria?

Se è vero che gli ultimi cinque anni di debole crescita economica hanno messo a nudo la crisi di competitività che caratterizza parte del sistema di impresa nazionale, è altrettanto vero che il contesto burocratico, la macchina amministrativa dello Stato, il sistema delle regole, non hanno affatto aiutato le aziende e i comparti produttivi a contrastare la crisi, ma hanno svolto il ruolo, nei casi migliori, di interlocutori deboli dell’impresa, se non di rigidi applicatori di norme, talvolta inutili.

Il 32% di un campione di aziende con più di 20 addetti analizzate dal Censis ritiene che le inefficienze della macchina pubblica siano state pregiudizievoli, negli ultimi anni, per lo sviluppo d’impresa, e la quota sale al 37% tra le aziende del Nord Est e al 38% tra quelle localizzate nel Mezzogiorno. Un imprenditore su tre, insomma, ritiene che la struttura amministrativa pubblica abbia rallentato il miglioramento dell’attività aziendale, o comunque non l’ha favorita, a causa di procedure di legge espletate con eccessiva lentezza (fig. 1).

Più nel dettaglio, la parte degli intervistati (32%) che ha indicato di avere avuto o di avere un rapporto piuttosto critico con il sistema pubblico sottolinea tra i fattori scatenanti di tale relazione conflittuale (fig. 2):

-   la lunghezza delle procedure burocratiche e dei passaggi che una pratica effettua da un ufficio all’altro della medesima amministrazione (44,3% degli intervistati);

-   la mancanza di un incisivo intervento pubblico sulle questioni di maggiore rilevanza per il territorio in cui l’impresa è collocata (36,8% del campione);

-   il senso di generale inefficienza organizzativa e gestionale che traspare dai front desk delle amministrazioni pubbliche locali e centrali (è questa l’opinione del 28,3% degli intervistati).

Minore peso hanno per gli imprenditori aspetti quali la scarsa trasparenza dell’azione e delle procedure adottate dagli uffici pubblici (segnalata solo dall’8,2% degli intervistati), la scarsa capacità di vedute della Pubblica Amministrazione (8,4%), normative inadeguate a dirigere i processi di viluppo economico del territorio (9,3%).

Il clima di scontentezza non cambia, anzi forse si accentua, se si passa al sistema del commercio. Secondo un’indagine realizzata dall’Istat nel 2005 su un campione di aziende di nuova costituzione (nate nel 2002), il fattore più diffusamente indicato dai titolari dell’impresa come un ostacolo allo sviluppo dell’attività commerciale riguarda l’adempimento degli oneri fiscali (fig. 3).

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 1 -   Imprenditori che ritengono che la P.A. abbia pregiudicato l’attività dell’impresa (val. %)

Fig. 2 -   Fattori critici della P.A. secondo l’opinione degli imprenditori (val. %)

Il totale non è uguale a 100 poiché erano possibili più risposte.

Fonte: indagine Censis-Confcommercio, 2006

 

Fig. 3 -   Fattori che ostacolano lo sviluppo dell’attività commerciale, 2005 (val. %)

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

 

A ben guardare, dunque, i dati disponibili e le opinioni degli imprenditori lasciano emergere due aspetti essenziali:

-   da un lato l’eccesso di passaggi amministrativi e la lunghezza dell’espletamento delle procedure;

-   dall’altro un giudizio sulla scarsa incisività dell’azione messa in atto dalle diverse strutture amministrative dello Stato, sia a livello centrale che locale; strutture alle quali viene attribuita una limitata visione strategica e l’appiattimento su una molteplicità di passaggi procedurali costosi.

Le procedure farraginose che, agli occhi di molti imprenditori, imbrigliano l’operato della Pubblica Amministrazione rendendo difficile il fare impresa, sembrano nascondere giudizi su criticità ancora più vaste. Non vi è solo infatti un problema di burocrazia pesante: tra gli imprenditori intervistati è piuttosto diffusa l’idea del distacco esistente tra l’amministrazione centrale dello Stato e le singole realtà socio-economiche  che caratterizzano il paese, ed è forte la sensazione che gli stessi enti locali raramente rappresentano un vero punto di riferimento per la classe imprenditoriale.

Pensare dunque che lo sviluppo di impresa possa essere promosso attraverso miriadi di nuovi provvedimenti e di leggi di riordino degli incentivi, sebbene ispirati dalle migliori intenzioni, rischia di appesantire situazioni già difficili. Una giusta azione di governo passa dunque, non tanto per nuove forme di tassazione e di controlli, ma per un’azione incisiva sul contesto normativo e fiscale in cui il sistema di aziende opera, eliminando e alleggerendo procedure burocratiche, per permettere all’azienda di concentrarsi di più sul proprio core business.

 


1.      L’“impresa� di avviare un’impresa: in Italia costa 17 volte più del Regno Unito e 11 volte più della Francia

Per costituire una nuova impresa in forma societaria in Italia è necessario espletare 9 diversi adempimenti amministrativi e fiscali iniziali[1], con un impiego di tempo di almeno 13 giornate e un costo complessivo di circa 3.600 euro (una somma pari a 2,4 volte il costo medio riferito all’insieme dei paesi Ocse) (tab. 1).

Ciò significa che un imprenditore italiano parte già svantaggiato rispetto ai suoi principali concorrenti stranieri, dovendo sostenere costi di start-up pari ad esempio a 17 volte quelli di un competitor inglese (207 euro richiesti nel Regno Unito per la registrazione di una nuova impresa) o pari a 11 volte la spesa necessaria in Francia (mediamente bastano 301 euro).

Da questo punto di vista, l’Italia figura in coda alla graduatoria dei paesi industrializzati come lo stato in cui è più oneroso il lancio di una impresa, offrendo un habitat amministrativo e fiscale migliore solo di quello che si osserva per la Grecia (fig. 4).

A causa degli ostacoli burocratici che il titolare deve affrontare per far partire una nuova impresa commerciale, il nostro paese è scivolato al 52° posto nella graduatoria mondiale, con un sensibile peggioramento rispetto alla già arretrata posizione (la 46ª) occupata un anno fa.


Tab. 1 - Procedure e costi per l’avvio di una impresa(*), 2006

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Procedure

(n.)

Durata

(giorni)

Costo

Capitale minimo richiesto

(€)

2005

2006

(% reddito pro-capite)

(€)

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

46

52

9

13

15,2

3.587

10.000

 

 

 

 

 

 

 

 

Stati Uniti

3

3

5

5

0,7

241

0

Regno Unito

8

9

6

18

0,7

207

0

Francia

12

12

7

8

1,1

301

0

Germania

53

66

9

24

5,1

1.387

25.000

Spagna

94

102

10

47

16,2

3.231

3.000

 

 

 

 

 

 

 

 

Media Ocse

-

-

6,2

16,6

5,3

1.493

12.930

 

 

 

 

 

 

 

 

(*)   Per una impresa commerciale o industriale fino a 50 addetti e un capitale sociale di partenza pari a 10 volte il reddito lordo pro-capite nazionale.

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

Fig. 4 - Graduatoria dei paesi Ocse secondo i costi di avvio di una impresa, 2006 (€)

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


2.      Penultimi in Europa per licenze e concessioni

Sviluppare una impresa commerciale non è meno difficoltoso della fase di avvio, a causa delle lungaggini burocratiche e dei costi imputabili a norme, regolamenti e prescrizioni da osservare.

Ad esempio, per ottenere i permessi richiesti, le autorizzazioni, licenze e concessioni necessarie per la costruzione di un immobile da destinare a uso magazzino, incluse le dovute notificazioni e ispezioni (17 pratiche nell’insieme), in Italia occorrono mediamente 284 giorni (solo 69 giorni negli Stati Uniti), con un costo medio di oltre 34.000 euro (pari al 142% del reddito medio pro-capite nazionale). Si tratta di una somma tripla rispetto a quella che occorre in Spagna, dove sono sufficienti solo 13.500 euro (tab. 2).

Da questo punto di vista, l’Italia si posiziona al 104° posto nel mondo, la Germania è al 21°, la Francia al 26°. Siamo penultimi in Europa, prima solo del Portogallo (fig. 5).

 

 

Tab. 2 -   Procedure e costi per la concessione di licenze per la costruzione di un magazzino, 2006

 

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Procedure

(n.)

Durata

(giorni)

Costo

(% reddito

pro-capite)

(€)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

104

17

284

142,3

34.084

 

 

 

 

 

 

Germania

21

11

133

89,1

24.084

Stati Uniti

22

18

69

16,0

5.506

Francia

26

10

155

75,0

20.630

Regno Unito

46

19

115

68,9

20.366

Spagna

53

11

277

65,7

13.530

 

 

 

 

 

 

Media Ocse

-

14,0

149,5

72,0

20.280

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

Fig. 5 -      Graduatoria dei paesi Ocse secondo i tempi necessari per la concessione di licenze per la costruzione di un magazzino, 2006 (giorni)

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 


3.      Servono 8 passaggi burocratici per registrare una proprietà (il doppio rispetto agli altri paesi industrializzati)

Anche il numero di procedure legali richieste per la registrazione di una proprietà (ad esempio, un terreno o un fabbricato necessari all’imprenditore per la sua attività economica) risulta doppio in Italia rispetto al valore medio riferito ai paesi Ocse, con 8 successivi passaggi burocratici (tab. 3).

L’Italia si colloca così in fondo alla classifica dei paesi avanzati (nei paesi scandinavi, ad esempio, per i trasferimenti di proprietà è sufficiente svolgere una sola pratica) (fig. 6).

 

 

Tab. 3 - Procedure e costi per la registrazione di una proprietà, 2006

 

 

 

 

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Procedure

(n.)

Durata

(giorni)

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

53

8

27

 

 

 

 

Stati Uniti

10

4

12

Regno Unito

19

2

21

Spagna

33

3

17

Germania

42

4

40

Francia

160

9

183

 

 

 

 

Media Ocse

-

4,7

31,8

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


Fig. 6 -   Graduatoria dei paesi Ocse secondo il numero di procedure necessarie per la registrazione di una proprietà, 2006 (numero)

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 


4.      Fino al 76% dei profitti dell’impresa per tasse, balzelli e contributi

Per pagare imposte e contributi (15 diversi versamenti nel corso dell’anno, tra imposte nazionali e tasse locali[2]) il titolare di una impresa italiana perde complessivamente 360 ore, necessarie per preparare, compilare i moduli ed effettuare i pagamenti relativi al reddito d’impresa, l’Iva, i contributi sociali e previdenziali, ecc.

Se il numero di pagamenti da effettuare è in linea con il valore medio dei paesi industrializzati, ciò che spicca è invece la distanza che separa l’Italia dalla media Ocse (203 ore) per quanto riguarda i tempi necessari per ultimare i pagamenti: indice di una maggiore farraginosità delle procedure burocratiche italiane. Per pagare le tasse le imprese impiegano il triplo di ore che in Germania, Inghilterra e Francia (tab. 4).

Ancora più significativo è il distacco ravvisabile tra il nostro paese e i nostri maggiori competitor per quanto riguarda l’incidenza totale di tasse, imposte e contributi rispetto ai profitti commerciali dell’impresa. Secondo i calcoli della Banca Mondiale, l’ammontare complessivo del prelievo può arrivare a pesare per il 76% degli utili realizzati dall’impresa, rispetto al 47,8% medio dei paesi Ocse e al 25,8% dell’Irlanda, ad esempio (fig. 7).

Allargando il campo di osservazione a tutti gli adempimenti di natura fiscale, contributiva e amministrativa (non solo i versamenti dovuti, ma anche gli altri obblighi amministrativi, come certificazioni, dichiarazioni, presentazioni di domande o comunicazioni), il calendario che l’imprenditore deve tenere d’occhio per gestire l’attività commerciale è denso di appuntamenti: 233 scadenze nel corso del 2006 (con 18 termini in programma, non è risparmiato neanche il mese di agosto) (tab. 5).


Tab. 4 - Procedure e costi per il pagamento delle imposte, 2006

 

 

 

 

 

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Pagamenti

(n.)

Durata

(ore)

Incidenza complessiva

(% dei profitti)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

117

15

360

76,0

 

 

 

 

 

Regno Unito

12

7

105

35,4

Stati Uniti

62

10

325

46,0

Germania

73

32

105

57,1

Francia

91

33

128

68,2

Spagna

112

7

602

59,1

 

 

 

 

 

Media Ocse

-

15,3

202,9

47,8

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

 

Fig. 7 -      Graduatoria dei paesi Ocse secondo l’incidenza complessiva di imposte e contributi rispetto ai profitti dell’impresa, 2006 (val. %)

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Tab. 5 - Scadenze per adempimenti fiscali e amministrativi, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N. scadenze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio

 

30

 

Febbraio

 

21

 

Marzo

 

18

 

Aprile

 

22

 

Maggio

 

22

 

Giugno

 

18

 

Luglio

 

22

 

Agosto

 

18

 

Settembre

 

13

 

Ottobre

 

27

 

Novembre

 

20

 

Dicembre

 

2

 

 

 

 

 

Totale

 

233

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Censis-Confcommercio, 2006

 


5.      Il fardello dell’inefficienza del sistema giudiziario: 1.210 giorni per far rispettare un contratto commerciale

L’inefficienza del sistema giudiziario italiano pesa sulle imprese come un macigno. Per far rispettare i termini di un contratto commerciale in giudizio nel nostro paese sono necessari 40 passaggi legali-amministrativi[3] e ben 1.210 giorni prima di giungere a una sentenza ingiuntiva e risolvere la disputa: nel Regno Unito occorrono mediamente 229 giorni, 300 negli Stati Uniti, 331 in Francia (tab. 6).

Sotto questo aspetto, il divario rispetto agli altri paesi industrializzati è amplissimo (fig. 8).

Anche nella classifica mondiale l’Italia precipita verso gli ultimi posti (141ª posizione).

Le ricadute economiche sul sistema produttivo dell’inefficienza della giustizia civile sono rilevanti. In caso di contenzioso, il costo delle azioni legali di tutela di un contratto corrispondono mediamente al 17,6% dell’ammontare da recuperare, contro una incidenza delle spese legali pari nell’insieme dei paesi Ocse all’11,2%.

Più in generale, la situazione italiana è particolarmente grave per quanto riguarda i tempi di attesa per la risoluzione giudiziaria di una controversia civile legata alle attività economiche. Le cause in materia di lavoro e di previdenza e assistenza hanno una durata media complessiva di 898 giorni per il primo grado e di 911 giorni per il grado di appello (nell’insieme, si tratta di aspettare 4 anni, 11 mesi e 9 giorni per i primi due gradi di giudizio) (tab. 7).


Non si può non sottolineare che i tempi medi tra l’iscrizione a ruolo e la definizione della sentenza erano significativamente più corti nel 1995, rispettivamente 600 giorni per il primo grado e 725 giorni per il grado di appello.

Peraltro si può osservare una disomogeneità territoriale delle prestazioni del sistema giudiziario, con le imprese del Mezzogiorno caratterizzate da un maggiore tasso di litigiosità (il numero dei procedimenti giunti a sentenza è pari a 5,5 volte quello del Nord Italia) e una durata dei processi di gran lunga maggiore, fino al 23% di giorni in più rispetto alla media nazionale (tab. 8).

 

 

 

Tab. 6 - Procedure e costi per azioni legali di tutela dei contratti commerciali, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Procedure

(n.)

Durata

(giorni)

Costo

(% del debito)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

141

40

1.210

17,6

 

 

 

 

 

Stati Uniti

6

17

300

7,7

Francia

19

21

331

11,8

Regno Unito

22

19

229

16,8

Germania

29

30

394

10,5

Spagna

42

23

515

15,7

 

 

 

 

 

Media Ocse

-

22,2

351,2

11,2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 


Fig. 8 - Graduatoria dei paesi Ocse secondo la durata delle azioni legali di tutela dei contratti commerciali, 2006 (giorni)

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

 

 

Tab. 7 -  Durata media dei procedimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza per fasi del processo, 2004 (giorni)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’iscrizione a ruolo alla data della prima udienza

Dalla data della prima udienza alla definizione

Durata media

complessiva

Dalla definizione alla pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo grado

340

558

898

28

Grado di appello

559

352

911

44

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio

 

Tab. 8 - Procedimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza, 2004 (v.a. e giorni)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lavoro

(subordinato e autonomo)

Previdenza e assistenza

 

Procedimenti esauriti con sentenza

Durata media (giorni)

Procedimenti esauriti con sentenza

Durata media (giorni)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nord

19.298

441

15.480

576

Centro

17.802

791

31.979

659

Mezzogiorno

38.689

980

153.750

1.029

Italia

75.789

798

201.209

936

 

 

 

 

 

Grado di appello

17.742

914

30.515

909

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio

 


6.      I procedimenti fallimentari: molto costosi, poco efficaci

Le procedure fallimentari in Italia sono tra le più lunghe e farraginose tra i paesi Ocse.

Per giungere alla chiusura di una bancarotta, il costo del procedimento rappresenta il 22% del patrimonio della società insolvente (7,1% la media dei paesi Ocse).

Bassissimo è poi il tasso del credito che si riesce a recuperare: mediamente solo il 39,7% del credito contro l’85,2% del Regno Unito, ad esempio, o il 92,7% per il Giappone (tab. 9 e fig. 9).

La durata media della procedura di chiusura del fallimento in Italia è di 2.897 giorni, come dire poco meno di 8 anni prima di poter riscuotere un credito attraverso le vie legali.

 

Tab. 9 - Procedure e costi per la chiusura dei fallimenti, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Costo

(% del patrimonio della società insolvente)

Credito

recuperato

(% del credito)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

 

49

22,0

39,7

 

 

 

 

 

Regno Unito

 

10

6,0

85,2

Spagna

 

15

14,5

77,6

Stati Uniti

 

16

7,0

77,0

Germania

 

28

8,0

53,1

Francia

 

32

9,0

48,0

 

 

 

 

 

Media Ocse

 

-

7,1

74,0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


Fig. 9 -      Graduatoria dei paesi Ocse secondo la quota del credito recuperato alla chiusura del fallimento, 2006 (val. % del credito)

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

 


7.      La bolletta più salata in Europa per l’approvvigionamento di energia per le imprese

Le imprese italiane pagano anche la bolletta più cara in Europa per l’approvvigionamento di fattori primari di produzione come l’energia.

Il prezzo del gasolio per autotrazione, ad esempio, è il più caro tra i paesi dell’Unione europea dopo il Regno Unito (fig. 10).

Dei 1.117 euro per mille litri di gasolio, però, ben il 54% è dovuto per accise e Iva.

Se si confrontano poi i prezzi dell’energia elettrica per usi industriali (prendendo a riferimento la classe di consumo di interesse per una piccola impresa commerciale, par a 160 MWh/anno) si evidenzia che l’Italia si attesta sui prezzi meno competitivi (tab. 10).

Ma soprattutto si scopre che le imprese italiane devono pagare un sovraprezzo dovuto alla fiscalità pari al 276% di quanto mediamente pagano per le imposte le altre imprese europee (fig. 11).


Fig. 10 - Graduatoria dei paesi dell’Unione europea secondo il prezzo del gasolio per autotrazione al lordo delle imposte, 23/10/2006 (€ per 1.000 litri)

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


 

Tab. 10 -   Il “sovraprezzo� dei consumi elettrici per usi industriali (classe di consumo 160 MWh/anno), 2006 (c€/kWh)

 

 

Al netto delle imposte

 

Al netto dell’Iva

 

Imposte incluse

 

Italia

 

12,24

 

15,36

 

16,90

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Germania

 

13,21

 

14,44

 

16,75

 

Regno Unito

 

11,05

 

11,39

 

13,38

 

Spagna

 

9,04

 

9,50

 

11,02

 

Francia

 

7,70

 

8,40

 

10,05

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Media Ue15

 

10,70

 

11,83

 

13,63

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

Fig. 11 -    Graduatoria dei paesi dell’Ue secondo la differenza tra prezzo dei consumi elettrici per usi industriali (classe di consumo 160 MWh/anno) al lordo delle imposte (Iva esclusa) e prezzo al netto delle imposte, 2006 (numeri indice: Ue15=100)

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


8.      Zavorre burocratiche anche sul commercio internazionale 

A causa degli oneri burocratici e dei relativi costi, anche le procedure di commercio internazionale rendono le nostre imprese meno competitive sui mercati internazionali rispetto ai concorrenti stranieri.

Se le procedure di import-export in Italia richiedono complessivamente 24 documenti ufficiali, rilasciati mediamente in 36 giorni, sono 8 i documenti necessari in Germania, 9 in Francia, Spagna e Inghilterra (tab. 11).

La zavorra sulla capacità di competere delle imprese italiane vocate all’esportazione è misurabile anche in relazione ai costi del commercio internazionale: 1.253 dollari per espletare tutte le procedure necessarie per esportare un container di prodotti, contro un valore medio riferito ai paesi Ocse di 811 dollari.

Tutte queste variabili concorrono a far precipitare l’Italia al 110° posto nel mondo dal punto di vista della facilità di commerciare nei mercati internazionali (fig. 12).

 

Tab. 11 - Procedure e costi per l’import-export, 2006

 

 

 

Posizione in graduatoria

mondiale

Esportazione

Importazione

 

Documenti

Giorni

Costi

($ per container)

Documenti

Giorni

Costi

($ per container)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italia

110

8

15

1.253

16

21

1.291

 

 

 

 

 

 

 

 

Germania

7

4

6

731

4

6

750

Stati Uniti

11

6

9

625

5

9

625

Regno Unito

14

5

12

676

4

12

756

Spagna

25

4

9

1.050

5

10

1.050

Francia

26

4

15

886

5

15

886

 

 

 

 

 

 

 

 

Media Ocse

-

4,8

10,5

811,0

5,9

12,2

882,6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


Fig. 12 - Graduatoria dei paesi Ocse secondo la facilità delle procedure di commercio internazionale, 2006 (posizione nella graduatoria mondiale)

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006


9.      Il “cuneo� della burocrazia: le imprese del commercio pagano 8,2 miliardi di euro l’anno

Oltre al prelievo fiscale e agli oneri contributivi, le imprese italiane devono mettere in bilancio anche il “cuneo� della burocrazia.

La spesa complessiva a carico del sistema produttivo per l’espletamento degli adempimenti amministrativi si può stimare in oltre 13,7 miliardi di euro nel 2005, pari a circa l’1,0% del Pil, con un costo medio per impresa di circa 11.600 euro (come dire, ogni impresa paga un impiegato part-time per tutto l’anno addetto unicamente a sbrigare i rapporti con le pubbliche amministrazioni) (tab. 12).

Le imprese del commercio, del terziario avanzato e degli altri servizi partecipano a tale ammontare complessivo con una quota maggioritaria, pari al 59,7% e corrispondente a quasi 8,2 miliardi di euro.

Nel calcolo delle diseconomie che ricadono sul sistema delle imprese a causa di un’amministrazione pubblica pesante e vincolante sono compresi sia i costi esterni (per commercialisti e altri consulenti e professionisti), sia i costi sostenuti dalle imprese attraverso l’uso di risorse interne (complessivamente più di 57 milioni di giornate/uomo) al fine di ottemperare agli obblighi amministrativi relativi a fisco, personale, sanità, sicurezza e ambiente, che implicano continui contatti con l’amministrazione tributaria (uffici Iva e del Registro, uffici delle Imposte dirette), l’Inps e l’Inail, le Asl, gli uffici dell’amministrazione regionale, provinciale e comunale.

Peraltro, da una indagine campionaria emerge che le imprese segnalano nel 33,8% dei casi un incremento, rispetto a due anni prima, dei costi sostenuti per i principali adempimenti burocratici nei confronti della Pubblica Amministrazione. Appena il 4,3% dichiara invece un trend in diminuzione di tali costi (tab. 13).

 


 



Tab. 12 -   Stima dei costi sostenuti dalle imprese per l’espletamento degli adempimenti amministrativi, 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Costi

esterni

(milioni €)

Costi interni

Costi

totali

(milioni €)

Costi

totali

per impresa (€)

 

Giornate/

uomo  (migliaia)

Costi

interni (milioni €)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commercio

1.322,6

11.675

1.438,7

2.761,3

10.063

Terziario avanzato

780,1

8.002

1.487,7

2.267,8

15.310

Altri servizi

1.513,6

11.704

1.648,9

3.162,5

11.065

Totale commercio/servizi

3.616,3

31.381

4.575,3

8.191,6

-

 

 

 

 

 

 

Totale sistema produttivo

6.246,2

57.510

7.467,5

13.713,7

11.615

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 

 

 

Tab. 13 -      Andamento dei costi sostenuti dalle imprese per l’espletamento degli adempimenti amministrativi rispetto ai due anni precedenti, 2005 (val. %)

 

 

 

 

 

 

 

 

Uffici

Superiori

Invariati

Inferiori

 

 

 

 

 

 

 

 

Camera di commercio

35,9

60,2

4,0

Iva e Registro

37,6

58,2

4,2

Inps

39,0

59,3

1,7

Inail

36,8

61,0

2,2

Asl

46,8

50,7

2,6

Regione

40,0

56,4

3,7

Provincia

34,8

60,8

4,4

Comune

38,9

57,7

3,4

 

 

 

 

Totale

33,8

61,9

4,3

 

 

 

 

 

Fonte: Unioncamere, 2006


10.    Un bilancio: in Italia è diventato più difficile fare impresa

A causa dei problemi di funzionamento della macchina pubblica, rimasti irrisolti nonostante i provvedimenti annunciati per ridurre il numero degli adempimenti burocratici, snellire gli iter procedurali, e migliorare i rapporti tra Pubblica Amministrazione e sistema produttivo, in Italia è diventato più difficile fare impresa.

Tra il 2005 e il 2006 il nostro paese è sceso dalla 69ª alla 82ª posizione (arretrando di ben 13 posti) nella classifica mondiale Doing Business relativa alla facilità di sviluppare una impresa compilata annualmente dalla Banca Mondiale (tab. 14).

Una zavorra fatta di obblighi, procedure, costi e perdite di tempo, che inviluppano le attività economiche in una rete fitta e intricata, piuttosto che favorire e rendere più semplice l’esercizio dell’attività imprenditoriale attraverso una regolazione di qualità.

In particolare, la situazione è peggiorata relativamente a quattro dimensioni di fondamentale importanza per una attività commerciale: i vincoli nella fase di start-up (l’Italia ha perso 6 posizioni), le insidie nel rapporto con il fisco (scesa di 5 posti), l’efficienza e l’efficacia delle procedure fallimentari (6 posizioni in meno), la burocrazia nelle procedure di import-export (un salto all’in giù di 7 posizioni).

Parlare poi di miglioramenti, per quanto riguarda le altre due classifiche in cui si registra effettivamente un avanzamento del nostro paese in graduatoria (concessioni di licenze e azioni legali di tutela dei contratti) appare pleonastico, dal momento che è proprio in queste due dimensioni che le imprese italiane patiscono le più gravi condizioni di svantaggio rispetto ai propri competitor, e non solo quelli del mondo più sviluppato.


 


Tab. 14 - Un bilancio per l’Italia tra il 2005 e il 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Graduatoria

mondiale

2005

Graduatoria

mondiale

2006

Variazioni

di posizioni

 

 

 

 

 

 

 

 

Facilità di fare business (indice complessivo)

69

82

-13

 

 

 

 

Avvio di una impresa

46

52

-6

Concessione di licenze

109

104

5

Registrazione di una proprietà

50

53

-3

Pagamento delle tasse

112

117

-5

Azioni legali di tutela dei contratti

147

141

6

Chiusura di fallimenti

43

49

-6

Procedure di import-export

103

110

-7

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazione Censis-Confcommercio, 2006

 


NOTA SU FIGURE E TABELLE

Per le elaborazioni Censis-Confcommercio sono state utilizzate le seguenti fonti:

-         Eurostat

-         Istat

-         Ministero Sviluppo Economico

-         Unioncamere

-         World Bank.


[1]     Atto costitutivo e statuto presso un notaio, deposito del capitale sociale, richiesta di libri e registri contabili, versamento della tassa forfettaria annuale per la vidimazione delle scritture contabili, iscrizione al Registro delle imprese presso la locale Camera di commercio, apertura partita Iva e attribuzione codice fiscale, iscrizione all’Inps, iscrizione all’Inail, notificazione alla Direzione provinciale del lavoro.

[2]     Iva, Ires, Irap, contributi previdenziali, diritto annuale Camera di commercio, tassa fissa sui registri fiscali, Ici, tassa rifiuti e contributo provinciale ambientale, tassa rendite finanziarie, tassa sulle insegne pubblicitarie, ecc.

[3]     Dalla richiesta di pagamento extragiudiziale alla presentazione dell’istanza presso il tribunale, alla notifica del giudizio del querelante al difensore, all’ordine di esecuzione, ecc. per arrivare finalmente alla sentenza di liquidazione del credito e delle spese legali, e al loro effettivo pagamento.

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