Intervento Francesco Rivolta

Intervento Francesco Rivolta

Presidente Commissione Sindacale Confcommercio

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28 febbraio 2007
SCENARI E PROSPETTIVE DEL TERZIARIO:

 

 

 Relazione: FRANCESCO RIVOLTA

  

 

Questa iniziativa, per noi di Confcommercio, rappresenta un primo passo di un percorso di segno nuovo che vogliamo proporre ai nostri interlocutori istituzionali e sindacali.

 

Le due importanti relazioni che seguiranno affronteranno sia il peso e il contributo che il nostro settore può e deve dare allo sviluppo del Paese, sia come le proposte di riforme legislative e lo stesso rinnovo del contratto di lavoro possono incidere profondamente, in positivo o in negativo, sulle prospettive di crescita del nostro settore e quindi dell’economia più in generale.

 

La tavola rotonda, crediamo saprà proporre un confronto aperto e costruttivo  sui nostri ragionamenti e insieme all’intervento del Ministro del Lavoro, ci aiuterà ad arricchire la nostra riflessione consentendoci di entrare a pieno titolo nel dibattito in corso riprendendo un ruolo propositivo.

 

L’intervento del Presidente Sangalli infine avrà il compito  di indicare, non solo il percorso, ma anche la determinazione e la volontà di perseguire un  nuovo corso che consenta un rinnovato protagonismo alla nostra Confederazione, restituendole un ruolo centrale nella concertazione con Governo e Parti Sociali.

 

Questo convegno risponde a due esigenze fondamentali.

 

Innanzitutto serve  per avviare una  riflessione sul settore, sul mercato e sul lavoro cercando, attraverso il confronto con le parti sociali e le Istituzioni, di guardare avanti e di approfondire quelle che dovrebbero essere le risposte concrete e necessarie allo sviluppo del nostro comparto nell’economia del Paese.

 

In secondo luogo è utile per comprendere se, insieme ai nostri partner sociali e al Governo, nel rispetto dei reciproci ruoli,  saremo capaci di  individuare le priorità, consolidando e costruendo nuovi strumenti efficaci per accompagnare la crescita.

 

E tutto questo in un contesto economico, politico e legislativo complesso.

 

È certamente vero che il 65% del PIL in Italia è generato dalle aziende di servizi. In Italia l’industria pesa solo il 22% mente i servizi (commercio, turismo, costruzioni, utilities, professioni e servizi pubblici) costituiscono la maggioranza del complesso delle attività e dei nuovi posti di lavoro.

 

L’insieme di Commercio e Turismo incide quanto l’ intera industria.

 

L’industria italiana, nei prossimi anni, sarà sempre più impegnata a completare il processo di delocalizzazione della produzione, che comporterà un decremento dei livelli occupazionali.

 

I servizi non delocalizzano e inoltre hanno una elasticità al prezzo molto forte.

 

Il contenimento dei prezzi è  fondamentale per lo sviluppo dei servizi. La vera chiave della crescita sta quindi nel miglioramento della produttività dei servizi stessi.

 

Per rilanciare i servizi però occorre mettere in moto un circolo virtuoso: più concorrenza, maggiore produttività, prezzi più competitivi, rilancio dei consumi, nuovi posti di lavoro.

 

Il mercato nazionale ha registrato negli ultimi 15 anni un crescente decremento dei consumi commercializzabili (alimentari e non alimentari) che continuano ad avere, un’evoluzione inferiore a quella dei consumi totali delle famiglie.

 

Tale situazione conferma il trend negativo che ha portato i consumi commercializzabili al 25% del totale mentre nel 1991 rappresentavano il 39% dei consumi stessi.

 

Sono invece cresciuti, sempre sul totale dei consumi, le spese per i servizi (acqua, luce, gas, affitti, trasporti, assicurazioni); così come sono cresciuti i consumi per il tempo libero (viaggi, alberghi, ristoranti, spettacoli, cura della persona).

 

Tale situazione ha imposto alle aziende del settore, per mantenere le quote di vendita, un incremento delle attività promozionali con un conseguente decremento dei prezzi e dei margini commerciali.

Questo scenario ha messo in evidenza l’estrema criticità di gestione alla quale devono far fronte le aziende e tra queste, in particolare, quelle con costi strutturali elevati.

 

Se a ciò si aggiunge che i costi delle tariffe e servizi hanno subito incrementi sempre maggiori si giunge alla conclusione che l’unico costo variabile, non in termini assoluti, ma in termini di flessibilità delle ore lavorate, è il costo del lavoro, voce che peraltro ha subito incrementi significativamente superiori al tasso di inflazione per effetto degli ultimi rinnovi contrattuali.

 

Gli stessi provvedimenti fiscali del Governo, pur dettati dalla comprensibile necessità di una politica di controllo delle variabili finanziarie, finiscono per incidere pesantemente sulle risorse delle imprese distributive.

 

Già gravate da un eccessivo carico di imposte a causa dell’incidenza dell’IRAP che le colpisce pesantemente per la loro vocazione labour intensive, possiamo dire che i recenti provvedimenti innalzeranno ulteriormente la pressione fiscale di circa due punti;

 

Questo frenerà ulteriormente la capacità di investimento del settore, considerando che le imprese di capitali, contrariamente alle COOP,  non godono di alcuna riduzione fiscale e non hanno la possibilità di raccogliere denaro presso i propri clienti.

 

Si è quindi aperta una fase che ha come obiettivo la sopravvivenza o meno di molte imprese; queste ultime, alle prese con la necessità di contribuire, con rilevanti sacrifici economici e gestionali, al contenimento dei prezzi di vendita così come al miglioramento complessivo della produttività del sistema economico nazionale, non potendo ridurre il costo unitario del lavoro sono costrette ad utilizzare forme incisive di flessibilità organizzativa.

 

Il settore quindi, rispetto al passato, sta progressivamente moderando la sua potenzialità in termini di generazione di nuova occupazione, dovendo ricercare anche in questo ambito recuperi di efficienza che possano consentire alle imprese, nella situazione attuale, di proseguire la loro attività.

 

Da ciò emerge una differente realtà che rappresenta le due facce della stessa medaglia (il mercato); la prima maggioritaria costituita da aziende di piccole dimensioni che rimangono sul mercato principalmente grazie a sacrifici costanti e spesso per la notevole quota di impegno familiare, non mancando casi estremi che arrivano a sviluppare  una politica di flessibilità dei costi a volte “fantasiosa� o in alcuni casi anche non “visibile� (stime accreditate evidenziano un 24% di economia sommersa in Italia), la seconda rappresentata dalle aziende di medie o grandi dimensioni che devono gestire costi elevati e rigidi e devono necessariamente razionalizzare le prestazioni con riflessi a volte negativi nella gestione del servizio al cliente.

 

Tali imprese, paradossalmente, rappresentano un riferimento rivendicativo per le Organizzazioni Sindacali nonostante le maggiori tutele previste.

 

Questa situazione inconsapevolmente ha reintrodotto nel nostro settore degli squilibri sul versante dei costi del lavoro , con distinzioni non solo territoriali,  ma legate alle diverse realtà d’impresa dello  stesso comparto.

 

In questo scenario difficile, ma anche ricco di opportunità da cogliere noi segnaliamo a tutti i nostri interlocutori un percorso possibile e individuiamo alcune premesse di fondo.

 

Al Governo noi indichiamo come indispensabile il nostro coinvolgimento nella concertazione.

Concertazione che per noi significa coinvolgimento congiunto di tutti i soggetti interessati e non essere chiamati a riconoscere accordi gia  sottoscritti in tavoli a tre tra Governo, Sindacati e Confindustria come avvenuto  con i recenti accadimenti sulla finanziaria.

 

La nostra non è solo una richiesta derivata dal peso del comparto, ma è soprattutto necessaria per l’apporto costruttivo e innovativo che, come confederazione,  possiamo dare nella costruzione di una nuova cultura di sistema.

 

E, in questo contesto noi non ci limitiamo a chiedere con forza lo sviluppo di ogni iniziativa idonea a ridurre gli oneri che gravano sulle imprese e che ci metta nelle condizioni migliori per realizzare una crescita che non è solo economica ma anche occupazionale, ma chiediamo il mantenimento ed il perfezionamento di una  legislazione del lavoro che, tenendo conto delle nostre specificità, sviluppi e consolidi livelli di flessibilità adeguati e rispondenti al nostro settore.

 

E l’effetto traino che lo sviluppo del nostro settore può avere sull’economia in generale è certamente decisivo.

 

Flessibilità per noi non è  sinonimo di precarietà. Per noi è una cultura, una modalità organizzativa indispensabile da cui non si può prescindere. È anche uno strumento fondamentale per combattere il lavoro nero.

 

Non intendiamo avviare momenti di confronto limitati alla tipologia dell’offerta di lavoro o alle percentuali di utilizzo dei singoli istituti contrattuali; occorre una riflessione complessiva, occorre cominciare a riflettere ad esempio anche sulla flessibilità in uscita accompagnandola, ovviamente, con una riforma degli ammortizzatori sociali volta ad implementare strumenti di sostegno efficaci, per consentire un’effettiva mobilità da posto di lavoro a posto di lavoro.

 

Gli ammortizzatori sociali nella nostra visione devono svolgere un ruolo di accompagnamento e sostegno al lavoratore, mentre fino ad oggi sono spesso stati utilizzati solo in una logica di accompagnamento all’uscita (vedi prepensionamenti o mobilità lunga)

 

Verso questa direzione ci orienta anche il libro verde dell’Unione Europea che richiama gli stati membri ad adottare forme di flessibilità più ampie, in un sistema di Welfare più efficace. Se la politica europea costituisce per il nostro Paese un riferimento forte non ci possiamo sottrarre ad una riflessione seria sul nostro Welfare.

 

In questo contesto anche le istituzioni locali e le parti sociali, gli Enti Bilaterali, ed i Fondi di comparto possono giocare un ruolo costruttivo e positivo

 

È di questi giorni l’importante accordo concluso a Milano tra il Comune e le Organizzazioni Sindacali che segna un primo passo in questa direzione.

 

In particolare poi per noi è fondamentale mettere al centro del nostro lavoro il consumatore inteso come cliente.

 

Le innovazioni che in tema di cultura e qualità del servizio abbiamo saputo costruire in questi anni rappresentano  un esempio importante del contributo che potremmo dare nello sviluppo anche di altri settori pubblici e privati.

 

Noi auspichiamo un modello di relazioni sindacali costruito sempre più sulle specificità del nostro settore e sulla centralità del consumatore, evitando e superando modelli importati soprattutto dal comparto industriale.

 

Questo perché al centro di tutto per noi non c’è solo l’atto del consumo ma anche tutto quello che lo rende possibile: il luogo, il contesto, la qualità del servizio, il tempo, ecc.

 

L’atto di vendita si compie e si mantiene nel tempo se tutto funziona come desiderato dal cliente. Sono le sue aspettative e le sue scelte che determinano i risultati economici delle nostre aziende.

 

Tutto questo, però, mette il luogo e tutto quello che ci sta dentro e intorno al luogo stesso in relazione con chi lo frequenta rendendo il cliente il soggetto intorno al quale ruotano le politiche, i servizi collegati, la qualità e la disponibilità delle persone che interagiscono con lui, compresi i collaboratori.

 

Se al centro del nostro lavoro mettiamo il cliente e le sue aspettative dobbiamo saper riscrivere priorità, comportamenti, atteggiamenti, tempi e modalità di lavoro.

 

Ed è per questo che noi pensiamo che il prossimo rinnovo del contratto dovrà rappresentare, prima di tutto, un momento di chiarimento sul ruolo e sulla cultura sindacale necessaria a guidare questa nuova fase.

 

In passato ci sono state occasioni in cui Confcommercio insieme a Fisascat, Filcams e Uiltucs hanno saputo comprendere e cogliere i momenti decisivi e percorrere con coraggio strade innovative.

 

Non ci sembra, da una prima lettura della piattaforma sindacale di categoria che questa esigenza ad oggi sia stata colta.

 

Il destino di questo rinnovo contrattuale è, oggi più che in passato, legato alla capacità di tutti noi di saper trasmettere, ma anche di saper cogliere questa necessaria svolta e di viverla non come un arroccamento, ma come la volontà di rimettersi in discussione per fare un vero salto di qualità.

 

Dobbiamo continuare a condividere ed a consolidare la sfida della bilateralità, superando i residui di cultura industrialista e conflittuale e non continuare con questa ambiguità che in mancanza di scelte coraggiose e chiare rischia di sommare i costi e i limiti di entrambi i modelli

 

Per noi bilateralità significa: responsabilità, correttezza, visione strategica all’interno di un sistema di regole chiare, certe ed esigibili.

 

Significa, se parliamo di Fondi,  contribuire ad un sistema di welfare efficiente attraverso il funzionamento di organismi efficaci, noni costosi e pletorici, più tesi alla loro sopravvivenza organizzativa che non a rispondere ad esigenze specifiche.

 

Significa individuare per la gestione dei fondi professionalità competenti e qualificate, in grado di creare opportunità e qualità del

servizio e non rischiare di trasformare queste strutture in burocrazie autoreferenziate.

 

Occorrerà affrontare sia il versante dei costi a carico delle imprese e del singolo lavoratore sia ottimizzare l’erogazione dei servizi e ridefinirne le regole gestionali.

 

Inoltre occorrerà ridare rappresentatività agli organi di controllo, rendere trasparenti i costi di gestione e i benefici rispetto al mercato per gli aderenti ed eliminare i potenziali conflitti di interesse.

 

E una seria governance sulla quale noi vogliamo impegnarci, può effettivamente creare le premesse per un nuovo welfare, soprattutto a livello territoriale e regionale, che ridoni slancio anche agli enti bilaterali e dunque al ruolo delle parti sociali.

 

Infine è evidente che il costo del rinnovo del contratto non potrà non tenere conto dell’attuale dinamica del costo del lavoro, di tutte le componenti dirette e indirette e dei rischi di sovrapposizione di costi tra livelli differenti.

 

Le aziende devono essere messe in condizione di conoscere i costi dell’intero periodo temporale coperto dal contratto. Questo significa che sarà necessario definire ruoli, spazi e compatibilità e prevedere forme di garanzia certe ed esigibili in caso di atti contraddittori con quanto concordato.

 

L’incremento della produttività, un diverso concetto di flessibilità organizzativa e del mercato del lavoro più legato all’attività complessiva che alla necessità di negoziare di volta in volta la singola disponibilità individuale e la riduzione degli oneri che gravano sul lavoro sono fondamentali per consentirci un confronto utile.

 

Per quanto riguarda il costo del lavoro occorrerà anche affrontare il tema dell’orario annuale effettivo di lavoro, regolamentare la prestazione straordinaria e rivedere il periodo di fruizione delle ferie.

 

Noi crediamo nelle potenzialità di un confronto costruttivo, ma questo non può avvenire senza un chiarimento di fondo sulla direzione di marcia e, soprattutto su quanto le parti vogliono scommettere guardando all’evoluzione del settore.

 

Solo partendo dalla volontà di accettare questa sfida sarà possibile affrontare  le problematiche concrete.

Cultura del servizio, centralità del cliente, tutela del lavoratore in senso più moderno in un contesto di diritti e doveri chiari e di rispetto reciproco.

 

Flessibilità certa ed esigibile come condizione indispensabile per creare nuova occupazione ma, soprattutto con riferimento alle aree deboli, partendo dalla consapevolezza che l’occupazione diretta può svilupparsi e consolidarsi solo in presenza di condizioni specifiche (riduzione del lavoro nero, condizioni agevolate per chi accetta di applicare il contratto nazionale, ecc.).

 

Rivedere la gestione dei fondi, che dovrà essere efficiente con regole di governance che garantiscano la rappresentatività, la trasparenza e la centralità delle aziende e dei lavoratori sviluppando un confronto continuo con il mercato di riferimento.

 

Il costo del lavoro (complessivamente inteso) che le imprese sono costrette a sostenere per competere non può essere considerato una variabile indipendente e non influente sul rinnovo del contratto.

 

Alcune di queste priorità, se condivise, potranno essere affrontate con “avvisi comuni�, altre in una logica di scambio, altre ancora tenendo conto dell’equilibrio complessivo che un rinnovo di Contratto deve avere.

 

Con questo convegno vogliamo lanciare una sfida importante, un percorso che per noi è decisivo per il futuro del nostro settore e del sistema di relazioni sindacali che si sono costruite negli anni.

 

Non intendiamo lasciare spazio a scorciatoie che consentano di eludere i problemi.

 

Per questo noi affronteremo con serietà, impegno e determinazione questa sfida e ci auguriamo che venga raccolta con coraggio dai nostri interlocutori sindacali.

 

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